La Terra merita una sua Costituzione

La Terra merita una sua Costituzione

di Enrica Priolo (Avvocata in Cagliari)

Una delle idee utopistiche che ha spesso accompagnato la mia formazione riguarda la pace perpetua. Sì, proprio quella teorizzata da Kant, facendo proprie, adeguandole al suo pensiero, le riflessioni di Hobbes e Rousseau.
Kant, come Hobbes, partiva dall’ipotesi di una situazione primordiale dell’umanità di guerra “permanente”.
Secondo lui, la condizione di guerra perenne si poteva far cessare soltanto con la creazione di un’istituzione, laddove per Hobbes doveva essere costituita dallo stato assolutistico, mentre per Kant attraverso quello liberale.

In entrambi i casi, però, il rapporto tra gli Stati -assoluti o liberali- restava quello tra gruppi di individui nello stato di natura, cioè in uno stato di guerra potenziale, non esistendo le premesse di una pace perpetua, della eliminazione delle potenziali cause di conflitto, proprio perchè tra Stati non esisteva nessun patto reciproco vincolante.

Fu così che Kant formulò l’idea di una Confederazione permanente non basata, però, su un pactum subiectionis (in cui chi partecipa si assoggetta spontaneamente ad un potere comune di Stati) ma su un pactum societatis che non produce un potere comune al di sopra dei singoli contraenti.
Per far funzionare questo tipo di istituzione, Kant suggeriva che fosse necessario che tutti gli Stati si dotassero di una Costituzione repubblicana, non nel senso attuale del termine, ma, comunque, fondata sulla separazione dei poteri legislativo ed esecutivo.

Dunque, tra la visione hobbesiana della società, ripresa da Kant, e quella odierna ci sono molte similitudini; ma, a differenza di secoli fa, i lupi odierni sono artificiali (Stati e mercati) e sono sostanzialmente sottratti al controllo dei loro creatori, capaci di una forza distruttiva incomparabilmente maggiore di qualunque armata del passato.

Un tale modo di vedere le cose dovrebbe spaventarci e portarci a dire che siamo arrivati alla fine, che nulla si può fare per frenare questa deriva che vede i sistemi democratici crollare già dall’interno, incapaci come sono di proiettare nel lungo periodo l’agenda politica e disinnescare le gravi minacce del futuro.

In realtà, un barlume di speranza esiste e, se ci facciamo caso, è sempre esistito nella storia dell’umanità ogni qualvolta la lesione dei diritti fondamentali è stata così atroce da esortare le comunità a dire “basta”.
Esiste una cerchia di intellettuali che sostiene da anni che siano maturi i tempi per una costituzione globale, capace di sposare e coniugare i principi generali che reggono gli Stati di diritto.

Per comprenderne la teorizzazione, occorre partire da che cosa connota in negativo i “diritti fondamentali”.

Nell’ordinamento internazionale, a ben vedere, si scopre che un tratto più di altri accomuna i diritti fondamentali: la loro ineffettività.
Se, infatti, i diritti patrimoniali godono di garanzie che nascono contemporaneamente ai diritti garantiti (come il debito e il credito), i diritti fondamentali nascono soli, privi di fatto delle necessarie tutele.

Queste protezioni per esistere e per funzionare hanno bisogno di norme di attuazione, norme che creino non solo le garanzie primarie, ma anche le relative istituzioni. Eccezion fatta per la Corte penale internazionale, non si riscontrano istituzioni di garanzia a livello mondiale.

E così si pensa che avere una costituzione della Terra, quindi costituzionalizzare la globalizzazione, sia una cosa possibile e che l’ostacolo più grande a questo processo sia dato da potenti interessi economici e politici; nonostante ciò, teorizzare un processo di questo tipo è certamente possibile.
Ecco che, non confondendo la responsabilità della politica tra conservazione e realismo, possiamo qualificare come non utopistico ciò che semplicemente contrasta con gli interessi dei più forti. Farlo significherebbe abdicare alla ragione e legittimare i processi decocostituenti in atto in molti paesi della Terra.

La scuola di cui parlo è convinta che i problemi non siano di carattere teorico o tecnico, ma solo politico e legati alla indisponibilità dei poteri più forti a sottostare al diritto e ai diritti.
Essa precisa che bisogna tenere conto del fatto che nell’odierno mondo globalizzato la costruzione di una sfera pubblica internazionale garante della pace e dei diritti oggi rappresenta la sola alternativa razionale ad un futuro di guerre e violenze in grado, come accade già oggi, di travolgere gli interessi di tutti.

E la possibilità teorica della costituzionalizzazione globale passa anche attraverso la grande positiva novità data dall’interesse di tutti alla sopravvivenza dell’umanità e all’abitabilità del pianeta, condizioni assicurate soltanto dal garantire che i beni comuni e i diritti fondamentali siano posti come limiti a tutti i poteri, ad ogni livello.

Altro aspetto fondamentale in questo processo planetario è che vi è un’interdipendenza crescente tra tutti i popoli che abitano la terra, idonea a generare una solidarietà senza precedenti ed a rifondare la politica come politica interna del mondo intero.

La forza di questa scuola teorica, a parer mio, risiede nella riformulazione della classica separazione dei poteri quale formulata da Montesquieu.
Si propone una distinzione tra istituzioni di governo (investite di funzioni politiche di scelta e di innovazione discrezionale e che Ferrajoli chiama la “sfera del decidibile”) e istituzioni di garanzia (investite delle funzioni vincolate all’applicazione della legge e al principio della pace e dei diritti fondamentali, cd. “sfera dell’indecidibile”).
Nelle prime si cumulerebbero le funzioni propriamente amministrativa e legislativa, nelle seconde quelle giudiziarie, di garanzia primaria e secondaria.

Se ci immergiamo in questo tipo di consapevolezza, secondo cui i problemi sono globali, ma lo sono anche le loro possibili soluzioni nell’interesse di tutti i consociati proprio grazie all’espansione a livello mondiale del paradigma garantista e costituzionale, veniamo subito presi da una nota di ottimismo.
Anzi, direi che non si debba proprio concepirla come un’idea utopistica, bensì come la sola e unica alternativa razionale.
Il metodo attuale prodotto dalle democrazie, in cui ci sono solo spazi ristretti e tempi brevi e in cui non ci si fa carico del futuro, cioè di ciò che accadrà oltre i tempi delle scadenze elettorali e dei confini nazionali, è un metodo fallimentare, caratterizzato dal localismo e dal presentismo.

La democrazia fatta così confligge con la razionalità politica, cioè con gli interessi di lungo periodo degli Stati democratici.
Che questo metodo sia fallimentare è sotto gli occhi di tutti.
Perché non cambiare metodo, allora?
D’altronde Kant ammoniva:

«senza la speranza di tempi migliori, un serio desiderio di fare qualcosa di utile per il bene generale non avrebbe mai eccitato il cuore umano»

O, per dirla con Cioran,

«avremmo potuto sopportare le sofferenze dell’amore se questo non fosse un’arma contro la decadenza cosmica, contro il marciume immanente?».

Difatti sperare nel progresso crea i presupposti sia dell’impegno morale che di quello politico.

Credits: Trey Ratclif, The Great HeadsBurning Man Festival 2019

Di Enrica Priolo, su Ora Legale News

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