L'anatocismo della sofferenza

L’anatocismo della sofferenza

di Enrico Sbriglia (Penitenziarista – Già Dirigente Generale dell’Amministrazione Penitenziaria – Componente dell’Osservatorio Regionale Antimafia della Regione Friuli Venezia Giulia)

La sciagura della pandemia poteva tradursi in una utile occasione per un cambio di strategia nel mondo delle carceri, dando finalmente voce ad una legittima pretesa di cambiamento che da tempo rimbalza, prigioniera, nei dibattiti e nei circoli di quanti sono sensibili ai temi dell’esecuzione penale tout court.

Se un metodo di lavoro, ancorché discenda da un sistema di norme che progressivamente si sono allontanate da quei must che la Costituzione imporrebbe, risultandone certificato il fallimento, addirittura accrescono il problema sociale che si vorrebbe affrontare e risolvere, buon senso e spirito di servizio di quanti sono investiti di pubbliche funzioni esigerebbero un cambio radicale di strategia e non, invece, il suo ostinato ripetersi.

Se le carceri italiane sono dirette, al massimo livello decisionale, da magistrati e se le stesse continuano ad essere foro esclusivo del ministero della Giustizia, realizzando una curiosa diseconomia circolare, per cui chi fa le indagini, o le indirizza, è espressione dello stesso ordine di chi giudica e, poi, il manufatto di quest’ultimo è gestito da altra icona della medesima famiglia, il risultato finale rischierà di essere quello, desolante, esposto ai nostri occhi ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Cioè di luoghi di pena, nel senso letterale del termine, che non si limitano ad essere il posto fisico in cui sono eseguite le sanzioni detentive, ma l’ulteriore occasione per ribadire l’antica accezione di vendetta pubblica, con l’aggiunta di un interesse che non è calcolato alla francese, che non è a scalare, ma che si aggiunge alla prima in una sorta di anatocismo della sofferenza.

Una sofferenza che non riguarderà soltanto il detenuto ma, attraverso quest’ultimo, con un gioco di sponde, si indirizzerà verso una pluralità di soggetti, talvolta prevedibili (mogli, mariti, figli, genitori, compagni di vita, etc.), tal altre indistinti, e che possono comprendere la stessa comunità sociale e le sue molteplici espressioni, e quanti, a qualunque titolo, abbiano una visione propositiva della persona, perché intesa quest’ultima come valore aggiunto, come capitale umano da mettere sempre a frutto, in specie se si intenda impegnarlo nel dovere di restituzione e ripetizione verso la società.

Si, con un baratto di risultato, il quale potrà avere ricadute socio-economiche significative, allo scopo di bilanciare in utilità fruibili quanto causato con la commissione del reato.

La pandemia avrebbe dovuto, ragionevolmente, indurre il governo a decretare lo stato di emergenza delle carceri italiane, nonché sottrarne finalmente la gestione, onde evitare l’aggravamento della situazione, al ministero della Giustizia, prevedendone la naturale migrazione verso altro dicastero, sensibile alle problematiche sociali ed al welfare.

Se poi, in un soprassalto di sensibilità giuridica, non si fosse individuato un apposito ministero, sempre commissariandone il vertice, per quanto impersonato, di regola, da ottime persone, si sarebbe potuto decidere di costituire, acquisendo tutta la disorientata organizzazione amministrativa attuale, un apposito dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, con la delega ad hoc ad un sottosegretario all’uopo incaricato, talché se ne agevolasse l’interlocuzione diretta col vertice del Governo e tutti gli altri dicasteri, i quali potevano e dovevano collaborare con esso nella gestione di un sistema per sua natura complesso, articolato, mutevole anche nel tempo, perché impattante, senza filtri, con questioni e tematiche dimenticate e/o spesso figlie dei tempi (flussi immigratori, tossicodipendenza, malattia mentale, terrorismo religioso e laico, bullismo, disagio sociale, oggi aggravato a causa della crisi economica che sta espungendo intere famiglie professionali, di lavoratori dipendenti ed autonomi, nonché di imprenditori, impreparate a tali criticità, che si aggiungono a quelle tradizionali, maggioritarie in tante aree del Paese, etc.), le quali, se affrontate esclusivamente in chiave securitaria, inevitabilmente ingrossano il mondo delle carceri.

Inalterato, d’altronde, sarebbe stato il potere giudiziario nell’esercizio del controllo, però dall’esterno, senza che ne rimanesse coinvolto nella gestione, finora tragica, e che ne affievolisce di fatto l’autonomia e l’indipendenza, minando alla radice il valore della c.d. “terzietà”.

È davvero difficile convincersi che la magistratura agisca e reagisca verso sé stessa, rimanendo algida ed imparziale, mentre è umano temere come essa possa rimanerne stritolata (i malvagi suggeriscono blindata), in quel contesto trino che vede insieme chi accusi, chi giudichi e di chi esegua.

In natura, ove si volesse cercare un corrispondente, dovremmo pensare al folpo o polpo che dir si voglia, il quale è un animale che dispone proprio di tre cuori, con la caratteristica, inoltre, di poter contare sulle proprie otto o sette ranfe, le quali si muovono verso tutte le direzioni, pur facendo riferimento ad un unico organismo.

Non a caso l’ho richiamato, l’octopus, essere marino da non sottovalutare, dotato di gran capacità di mobilità e di mimetizzazione, nonché astuto invasore di spazi e sottrattore di prede all’altra fauna marina.
Il polpo che ha, tra le sue caratteristiche, oltre che una innata aggressività, anche la capacità, in situazioni di pericolo, di schizzare il suo inchiostro per offuscare la visione di chi voglia minacciarlo, al fine di darsi alla fuga, è oggetto da tempo di un continuo studio da parte degli scienziati.

Con i suoi sette o otto tentacoli, capaci ognuno, ed indipendentemente dagli altri, di formare migliaia di movimenti, riducendosi, allungandosi, ingrossandosi, stringendo, allentando, strozzando, accarezzando la presa, costituita dagli esseri marini che abbiano la ventura di imbattersi in esso, nonché capace di intrufolarsi in ogni anfratto, in ogni foro, in ogni contesto dove possa curare i suoi interessi di crescita e di alimentazione, può essere un originale paragone della realtà che cerco di rappresentare.

Non esiste, buon per noi, un Consiglio Superiore degli octopus, presieduto da Nettuno, che regolamenti la carriera dei polpi e ne stabilisca le gerarchie e l’allocazione nel vasto mare e nelle sue profondità, né vi sono gabinetti e segreterie ministeriali che abbisognino degli stessi, né si registrano forme di cooptazione. Nettuno non l’ha consentito, ci sarà pure una ragione!?

No, prego i lettori di non considerare tali metafore quali derivate da revanche o invidie professionali, semmai anche perché si è iscritti, in gran segreto, nelle formazioni della resistenza anti-magistratura, perché percepita quest’ultima non più come una risorsa democratica del Paese e dispensatrice di giustezza, ma come una delle tante concause della crisi dello stesso.

No, perché nella mia lunga vita professionale ho avuto la fortuna di conoscere, per davvero, delle numerose e autorevoli figure di magistrati inquirenti e giudicanti, con alcune delle quali mi uniscono anche rapporti di personale amicizia, ma per questi il vero must era esclusivamente quello di svolgere la funzione di magistrati, soltanto di magistrati, esclusivamente di magistrati.
Uomini e donne col tocco, che continuano a vivere la propria professione come una missione laica, pur con tutto il rispetto che si debba a quanti dedichino la propria vita alla parola di un Dio.

Però, nel contempo, non ho il ricordo di uno, ripeto di un solo magistrato, che, posto ai vertici dell’amministrazione penitenziaria, abbia dato, nell’ultimo quarto di secolo, un vero slancio, una vera svolta al cambiamento costantemente invocato da tutti (fatta esclusione, ancor prima, dell’indimenticabile Nicolò Amato).
Cioè di un capo dipartimento che abbia portato effettivi risultati, visibili sul piano organizzativo e funzionale, con gli evidenti riflessi socio-economici e di buona amministrazione che era d’attendersi in quella che va considerata una delle più grandi aziende sociali pubbliche, invertendo un trend risultato sempre fallimentare, ripetitivo, fagocitario di risorse, incapace di motivare personale verso il meglio, anzi, verso il minimo buono.

Insomma, non ricordo nessun Marchionne o Draghi delle carceri!

Quella dell’amministrazione penitenziaria è divenuta, invece, una sorta di black hole, soprattutto in materia sanitaria; diceva Platone che la pena è la cura dell’anima, ma qui ci è andato proprio di brutto.
Pertanto il Governo, come ha mostrato di impegnarsi nella risoluzione degli antichi e nuovi problemi della sanità calabrese, pervenendo alla designazione di un commissario, con poteri straordinari, così avrebbe dovuto agire pure nei confronti del pianeta delle carceri, individuando un vero manager il quale, insieme ad una squadra di esperti, primi tra tutti i direttori penitenziari ancora in servizio, al fine di non disperderne l’esperienza storicizzata e chiederne conto, arrivando anche a congelarne il pensionamento per evidenti ragioni di pubblico interesse (non dimentichiamo, infatti, che, a motivo dell’equiparazione dei dirigenti penitenziari di diritto pubblico alle forze di polizia, essi possono andare in quiescenza a 65 anni di età, ove abbiano maturato la prevista anzianità previdenziale, rispetto a quella comune di 67 anni), avrebbe dovuto affrontare l’antica emergenza e quella aggiuntiva del Covid-19.

Inoltre, si sarebbe dovuto, in virtù dell’acclarata situazione emergenziale, anche stoppare ogni decontestualizzato procedimento di mobilità di sede dei dirigenti-direttori penitenziari, che pure durante la pandemia, continuano a migrare confusamente da una sede all’altra, essendo necessario che rimanessero vincolati saldamente al loro posto, per arginare più efficacemente la gravissima situazione presentatasi. Tra l’altro, spesso dirigono contestualmente, a distanza anche di centinaia di chilometri e in regioni diverse, più istituti penitenziari, sic!

E’ come, per fare un esempio, se nel pieno di una battaglia navale, l’ammiraglio supremo, ovviamente ricoverato sulla terraferma, disponesse l’avvicendamento dei diversi Comandanti impegnati nel conflitto, i quali conoscano perfettamente le proprie vecchie navi, i fondali e le correnti marine che le circondano, che hanno dimestichezza con gli equipaggi e le attitudine di ogni marinaio, con altri parigrado, i quali, però, nulla sanno di quei navigli, posto che quegli scafi (rectius carceri) sono di regola ognuno diverso dagli altri, anche ove siano ubicati all’interno dello stesso tratto di mare ( regioni), annoverando, per rendere le cose ancora più complicate, scafi relativamente recenti con altri che si potrebbero definire se non museali, quantomeno storici, e ai quali va aggiunta la singolare circostanza che gli equipaggi sono sempre approssimativi nel numero e mutevoli, mai corrispondenti agli organigrammi di ruoli e competenze previste, il che ha imposto nel tempo degli adattamenti anche organizzativi di non poco conto, con curiosissime dislocazioni ed adattamenti delle professionalità: ma se su quelle navi l’ammiraglio supremo, quello con la feluca più imponente, non è mai stato a bordo, non potrà mai comprenderlo!

Praticamente nelle carceri e negli uffici dove v’è stato l’avvicendamento, nel bel mezzo della crisi, si è consumata ogni resilienza, invece di incrementarla quale unica risorsa ancora disponibile, determinando disorientamento negli staff del personale tutto e nei reparti di polizia penitenziaria, nonché ulteriori situazioni di criticità di natura emergenziale, insomma fuoco su fuoco!

La mancanza di senso pratico e di tempismo, oltre che di concreta specifica competenza amministrativa, che non si crea con mere nomine politiche, o precipitando da un altro mondo, come quello giudiziario, sono stati i migliori alleati della crisi.

Inoltre, con la proclamazione dello stato di emergenza delle carceri, si sarebbe anche dovuto procedere ad una urgentissima assunzione straordinaria di direttori penitenziari, aperta non soltanto al personale interno, ma, profittando della crisi, pure agli ordini e albi professionali, dell’avvocatura, dei criminologi e sociologi, e perfino rivolgersi a quanti altri fossero dirigenti di comunità o di organizzazioni non governative, purché queste ultime già impegnate nelle questioni e tematiche sociali e penitenziarie.

Così come si sarebbero dovute rimpinguare, sempre con procedure straordinarie d’ingaggio, tutte le altre categorie professionali necessarie alla funzione penitenziaria, altra cosa rispetto a quella giudiziaria, da inserire in ogni istituto, nonché pescare nelle nuove professioni, soprattutto nel campo delle tecnologie informatiche, della robotica, della dronica, onde favorire, con la necessaria ponderazione, anche il telelavoro e il costante share informativo con le altre istituzioni pubbliche coinvolte e/o coinvolgibili con il sistema penitenziario.

Ma in particolare si sarebbe dovuto assicurare, sempre esclusivamente agli istituti penitenziari, un certo numero di psicologi a tempo indeterminato, almeno uno per ogni carcere e più di uno in quelle più grandi, affinché operassero sia per l’osservazione dei detenuti che per contrastare il rischio di disagio che lo stesso personale penitenziario accusa e che tutte le OO.SS. denunciano da tempo, situazione oggi ancora più aggravata, perché sottoposto a continue tensioni e obiettive difficoltà, che si riflettono pericolosamente anche sulla stessa popolazione detenuta.

Last but not least, andavano rafforzati tutti i ruoli della polizia penitenziaria, perché le circostanze situazionali entro le quali sono costretti ad operare gli appartenenti al Corpo sono tali da poter determinare rischi reali di abbruttimento e di alienazione, con conseguenze che possono essere devastanti nei rapporti con i colleghi e con la stessa utenza detenuta, oltre che in ambito familiare.

Operare, infatti, in condizioni, in punto di diritto anche del lavoro, le quali non sono quelle che sarebbe giusto attendersi, e che stridono da anni con le norme dei CCNL e quelle della sicurezza del lavoratore, destabilizzano anche il più motivato operatore.
Non credo che al riguardo sia peregrino richiamare anche il rischio suicidario presente tra il personale di polizia e non soltanto tra esso, risultando talvolta difficile riuscire a reggere la quotidianità lavorativa, spesso resa ancora più complessa per il poco tempo che si è in grado di dedicare alla famiglia, alle amicizie, alla vita personale.

Non riuscire a comprendere, o fingere di non comprendere che una amministrazione, la quale incentri istituzionalmente la propria funzione pubblica in attività rivolte alle persone “altre,” debba, come pre-condizione anche istituzionale, avere a cuore ed interessarsi, almeno contestualmente, del proprio capitale umano, ove voglia per davvero essere una organizzazione efficace ed efficiente, è quantomeno disarmante.

Andava rilanciato un vero piano straordinario di riqualificazione del parco carceri esistente, per realizzare progressivamente degli istituti penitenziari ANTICOVID, anticipando rischi futuri, immaginando una diversa e funzionale distribuzione degli spazi, dei locali, dei percorsi, dei presidi per la sicurezza anzitutto sanitaria, posto che il bene della salute e la sua tutela non riguardano, tra l’altro, soltanto i ristretti ma anche tutti coloro che accedono in carcere per le ragioni più diverse, per motivi professionali, per portare aiuto, oppure per sventura familiare, e non limitarsi, eventualmente, a mente delle risorse che potrebbero essere impegnate, con i Recovery Fund o con il MES, a riproporre vecchi piani edilizi.

È vero, i rischi per malattie infettive (HIV, Epatite C, altro) in generale, nelle statistiche, sono spesso indicati con delle percentuali variabili secondo la fascia di popolazione e le caratteristiche della stessa, ma chi in carcere si infetti, detenuto o detenente che sia, malauguratamente lo sarebbe al 100%.

Un semplice esempio: pensate ad una pediculosi (i pidocchi), patologia infestante e veloce, che si trasmette attraverso il contatto testa a testa, oppure scambiandosi spazzole e pettini, o utilizzando stessi cuscini, sciarpe, cappelli, contagi facili all’interno di un’aula, oppure in un parlatorio affollato, in una palestra, oppure in cappella, ma anche attorno ad un tavolo di laboratorio, etc.

Ebbene, secondo voi, entrato in carcere un detenuto nuovo giunto, semmai nottetempo, che nelle more degli adempimenti di rito, venisse collocato in una stanza “comune” con altri ristretti, perché non si disponga di una camera “singola”, con nessuno che si sia accorto dei problemi che gli camminano in testa, anche perché lui non ne ha parlato, neanche nel corso della veloce visita medica, ove fosse presente un medico di notte, senza che nessuno gli abbia prescritto una doccia, perché non obbligatoria e, tra l’altro, anche inutile, ove non si adoperino prodotti specifici, quest’ultimi di regola non immediatamente disponibili, senza dimenticare che ci si potrebbe trovare in un istituto dove le docce, tra l’altro, sono “comuni”, per cui il nuovo giunto dovrebbe essere condotto negli appositi locali in quelle ore, col rischio di causare le conseguenti lamentazione dei detenuti che si svegliassero per il rumore dell’apertura dei blindati e delle docce, è verosimile che si rimanderebbe tutto al giorno successivo? ma nel frattempo, cosa accadrebbe ? quanti altri ospiti ristretti, che dormono impilati su letti a castello, in ambienti “compressi”, utilizzando anche lo stesso locale del cesso, come cucina, correrebbero il rischio di essere contaminati dagli esserini infestanti?
Quanti operatori penitenziari veicolerebbero in caserma o nelle loro case le bestiole affamate? eppure parliamo di banali pidocchi e siamo nel 2021. Immaginate, ora, il rischio Covid-19 in quei contesti che si dicono “totalizzanti”, con un virus che si trasmetta attraverso l’invisibile droplet, e tirate le conclusioni.

Ma andiamo avanti. Se l’emergenza extra-penitenziaria fosse stata trattata in una visione strategica, avrebbe pure consentito di concentrarsi, con sollecitudine, sul tema delle impellenti riforme da indirizzare al sistema penitenziario, soprattutto nello snellimento delle procedure di sorveglianza e in materia di riduzione di pena, oltre che per la fruizione di misure alternative.

Queste ultime in particolare, a prescindere anche da eventuali precedenti penali di uguale natura, andrebbero ordinariamente somministrate come prima cura, riservando il carcere soltanto per quei casi in cui, nel corso della esecuzione delle stesse, vi fossero così gravi violazioni da spiegarne la revoca.

Questo per non intasare ulteriormente e pericolosamente gli istituti, perché le carceri non sono in grado di assorbirle, in specie ove i pericoli del Covid-19 si rinnovino con il Covid-20, 21, e via contando.

Non sarebbe infatti scandaloso riservare le celle soltanto agli autori di reati di particolare gravità, all’interno di un ventaglio contenuto e non come ora, “dispiegato” a 360 gradi.
Per ogni giorno di modesta violazione delle misure alternative che non ne comportasse la sospensione prima e la revoca successiva, forse basterebbe allungarle di una uguale misura, piuttosto che preferire il ritorno in carcere, anche tenendo conto di tutti i costi economici che ciò comporti.

E tanto non per bontà, ma per evidente necessità di un sistema che altrimenti non saprà più reggere l’impatto di numeri e di criticità collegate agli stessi.

Sembra, inoltre, dimenticarsi che le misure alternative alla detenzione comunque prevedano un sistema di controlli e di verifiche, talché non si giocherebbe “al buio” e la cosa troverebbe ulteriori spiegazioni anche nella asserita volontà politica, ogni volta che si avvicinino le elezioni, di un massiccio inserimento di poliziotti penitenziari all’interno degli uffici dell’esecuzione penale esterna, circostanza in parte già avvenuta, perché altrimenti i malpensanti potrebbero ritenere che quest’ultimi siano soltanto degli “imboscati”.

Insomma, concludendo, urgono rimedi veri e non palliativi, perché non ce lo possiamo più permettere, non potendo persistere, invece, nell’attuale metodo di contenimento del rischio Covid-19, bloccando e/o riducendo i contatti con il mondo esterno da parte dei detenuti, impedendo una vita detentiva rispettosa della dignità umana, pure sapendo che ciò comporterà l’aumento della pressione interna, con tutto ciò che è già accaduto nel marzo scorso e che potrebbe ancora replicarsi.

Quella operata nel recente passato, a mio sommesso avviso, è stata infatti una sorta di strategia fallimentare, un commodus discessus che ha avuto esiti prefigurabili.

Di fatto non si è permessa o si è limitata drasticamente la frequentazione delle carceri da parte di familiari, volontari, operatori di ONG, insegnanti, ministri di culto diversi, etc., spingendo i detenuti esclusivamente verso i propri pensieri, i propri incubi e paure e, soprattutto, favorendo il proselitismo di quelli che potrebbero essere stati i cattivi compagni, quelli che sono dall’altra parte rispetto all’aspirazione ad un reinserimento con la società; insomma, si è prodotta tanta INSICUREZZA.

Infine, occorrerebbe pure pensare ad una valvola di sfogo, indigesta ai puristi della pena medievale, di nome AMNISTIA; amnistia e non indulto, perché quest’ultimo ricorderebbe un gioco onanistico del sistema giustizia con conseguenze penitenziarie, continuando ad impegnare gli uffici giudiziari e tutto l’apparato su cose passate. Lusso oggi non consentito, a meno che, ostinandosi nel guardare dietro, si voglia precostituire l’alibi per non affrontare il presente ed il futuro che, in tempo di Covid, può portare grandi sorprese anche in termini di inediti malaffari.

Non sono, ahimè, anche se mi piacerebbe esserlo, un esperto di foresight futures, però, nella mia vita professionale, ho imparato ad osservare i segnali ed a essere una sorta di apprendista aruspico penitenziario, anzi meglio degli auguri di un tempo, i quali scrutando il cielo provavano a decifrare il volo degli uccelli, ne osservavano le formazioni, ne ricavavano il presagio: oggi gli stormi, sul cielo della giustizia, sono numerosi, sono scuri tra le nuvole, e sono volatili amari…

Image credit: www.keblog.it

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