Le imprese tra diritto e letteratura

Le imprese tra diritto e letteratura

di Umberto Apice (già Avvocato Generale presso Corte di Cassazione)

Sin dai tempi della rivoluzione industriale il mondo capitalista aveva dovuto confrontarsi con il movimento sociale delle classi lavoratrici e con il contestuale sviluppo del sindacalismo.

I legislatori dei diversi paesi, in misura varia, intervenivano progressivamente per la regolamentazione dei rapporti di lavoro. È stata una marcia lenta e lunga, se pensiamo che in un’epoca non lontana (e cioè nel vigore del Codice Napoleonico), nelle controversie di lavoro, si considerava principio di diritto vivente quello secondo cui, nel dubbio, la preferenza doveva attribuirsi alle affermazioni del datore di lavoro, siccome persona socialmente rispettabile e quindi credibile.
Una vera barbarie agli occhi di un giurista di oggi, per il quale la “parità delle armi” è principio basilare in qualunque processo civile né è pensabile che un soggetto, in base alla sua qualificazione professionale, possa essere ritenuto più credibile o meno credibile di un altro.

In Italia una prima svolta si ebbe con il Codice Zanardelli (1889): serrata e sciopero non furono più reato. Ma il diritto di sciopero, in senso proprio, fu introdotto dall’art. 40 della nostra Costituzione. Bisognerà, poi, arrivare agli anni Sessanta e Settanta per concrete riforme legislative.
Tra i protagonisti di quel periodo non si può non includere la contestazione studentesca, che, pur con i suoi eccessi e le sue degenerazioni, contribuì alla veicolazione di un grande fervore di idee e di una forte domanda di giustizia sociale, che, a loro volta, sfociarono in una nuova visione dei rapporti tra cittadino e Stato, tra autorità e amministrati, tra classe padronale e classi lavoratrici.

Quella stagione fu, anche in letteratura, molto feconda; e gli scrittori, assorbendo il clima del Paese, si confrontarono con i temi che nella società erano diventati cruciali. E balzò subito in primo piano il tema della spersonalizzazione (“cosalizzazione”) dell’uomo nell’azienda, che, imponendo i suoi ritmi lavorativi, produce, come effetti quasi inevitabili, la perdita dei valori della libertà e l’incapacità di comunicare.

Uno dei personaggi emblematici di questa stagione è il protagonista del romanzo Il padrone (Milano, 1965) del vicentino Goffredo Parise.
Una favola “minuziosa e crudele”: così fu definito, alla sua uscita, Il padrone.
Far parte dell’organismo costituito dalla ditta commerciale in cui approda il giovane inesperto partito dalla provincia significa diventare di proprietà del dottor Max, il nevrotico padrone diviso tra la passione per la filosofia e l’ansia di scalzare il potere del padre, il vecchio Saturno.
La fabbrica è un’incubatrice che trasforma gli uomini in “cose”, in barattoli, e la morale spersonalizzante che regna nella fabbrica è quella che promana dal suo vertice, dal Padrone, che di se stesso dice: “Come sono il padrone degli stabili, delle macchine da scrivere, delle calcolatrici meccaniche, e di tutto il resto, così sono il padrone dei miei dipendenti, che debbo pagare più caro di quanto sarebbe necessario al loro sostentamento. Di tutte queste cose posso disporre come voglio, farle e disfarle, mandarle in pezzi, o invece prenderne cura”.
Il romanzo di Parise può essere visto come una metafora del rapporto servo – padrone, dove il Padrone (il dottor Max), torturante per sua natura e quasi inconsapevolmente, vorrebbe che il servo (il giovane ingenuo sbarcato dalla provincia nella grande città) aspirasse liberamente a servire; mentre il servo, il Dipendente, per sua natura debole e incline a degradarsi, non può avere altro destino che farsi sopraffare, diventare un barattolo senza anima.
Il processo dell’alienazione esce trionfante, travolgendo nella stessa rovina esistenziale padroni e dipendenti.

Oltre a Parise, altri autori dell’epoca (Ottiero Ottieri, Luigi Malerba, Luciano Bianciardi, Carlo Bernari, Lucio Mastronardi, Paolo Volponi, per citarne alcuni) spinsero sempre più avanti la loro analisi dei mali della società neocapitalistica. Non ambivano ad essere anonime e fredde testimonianze; al contrario si caratterizzarono per un frenetico espressionismo, teso verso una complessa progettualità che potremmo definire “sociale”, oltre che letteraria e linguistica.

Un esempio è La vita agra, Milano, 1962, del grossetano Luciano Bianciardi.
Anche stavolta la realtà osservata (una grande città del Nord) è una tastiera che permette all’autore di toccare tutti i punti nevralgici della sensibilità contemporanea: cosa che Bianciardi fa tra ironia e serietà, tra farsa e delirio panico. Il libro narra le vicissitudini di un intellettuale venuto a Milano con lo scopo di far saltare in aria un’azienda chimica, ma la città lo imprigiona nei suoi ritmi e nei suoi meccanismi, smussando e anestetizzando ogni stravaganza, ogni romantico progetto. La vita agra, per il suo valore protestatario, acquistò presto il significato di un’anticipazione della contestazione studentesca: la cultura del benessere, i suoi linguaggi e le sue depressioni non troveranno mai un altro critico più dotato di così feroce forza dissacrante.

In Memoriale, 1962, Paolo Volponi scandaglia il confronto tra l’uomo e la fabbrica fino alle conseguenze più paradossali, più metaforiche.
La vicenda è quella di una tormentata integrazione di un contadino (del Nord) nell’industria. Albino Saluggia, il protagonista, è reduce da un campo di prigionia nazista, ha trovato un posto in una fabbrica del Nord e, man mano che s’inserisce nei ritmi lavorativi della fabbrica, matura un sentimento di attrazione – repulsione verso quell’entità misteriosa: un sentimento che degenera fatalmente in vera e propria psicosi, e che, in una sorta di lucida visionarietà, lo porterà a deformare la realtà e a identificare nei suoi capi, nei medici della fabbrica, nei colleghi di lavoro tanti nemici pronti a inventarsi sul suo conto ogni genere di male.
La frattura è tra le proprie regole di vita e quelle degli altri, al punto che Saluggia avverte di essere afflitto da una solitudine incolmabile.
Sentii che ero solo con la mia verità e con la mia lotta”: e al maresciallo dei carabinieri, che ha ricevuto la sua denuncia e vuole sapere quale è l’accusa, di che cosa esattamente si possono accusare i dottori, Saluggia non sa rispondere.
Il giurista di oggi potrebbe dire che l’illecito immaginato da Saluggia è il mobbing: frasario che era ancora sconosciuto al tempo di un diritto dell’impresa capitalistica solo agli albori.
Saluggia ce la mette tutta per vedersi riconosciuto come vittima, come parte lesa; ma la cattiveria del mondo gli rifiuta questo ruolo, questa qualifica: proprio come la cattiveria che alligna nella fabbrica gli rifiuta la qualifica di operaio specializzato (una delle stoccate che deve subire da parte della sua amata – odiata fabbrica).
La forza subdola della fabbrica è che riesce a capirne la malvagità solo chi è stato già definitivamente infettato; solo chi, sradicato, non sarà più sano nel mondo.

Un altro intelligente osservatore della vita industriale e della società dei consumi fu Ottiero Ottieri, studioso di psicologia e sociologia, dotato di una non comune capacità di autoriflessione, che gli consentì di delineare storie “industriali “imperniate su lotte operaie e accesi conflitti sindacali in un’epoca (gli anni Cinquanta) ancora lontana dal varo dello Statuto dei lavoratori (1970), ma già pervasa da una nuova logica etico – giuridica.
In Donnarumma all’assalto, Milano, 1959, Ottieri riversa, ora con toni di sofferta ironia ora con toni di diaristica oggettività – le sue esperienze di selezionatore di manodopera (di “pizzicologo” impiegato dell’ufficio del personale di un’azienda Olivetti a Pozzuoli). Diventerà così testimone oculare del grave problema dell’occupazione nell’Italia meridionale degli anni Cinquanta.
Aspiranti operai, privi di qualunque qualificazione professionale, tentano ogni espediente pur di essere assunti dallo stabilimento, offrendo agli occhi impotenti del selezionatore uno spettacolo di ignoranza e di arretratezza, ma anche di orgoglio e di dignità. Il bisogno pressante di lavoro e di guadagno muta la vita quotidiana della gente; muta perfino i ritmi e tempi di vita, che diventano stretti.
Il quadro che fuoriesce è quello di un’industrializzazione del sud che procede secondo una programmazione casuale e insufficiente, a fronte della quale una popolazione – addestrata, per necessità di sopravvivenza, nell’arte dell’arrangiarsi – è fotografata nei suoi tic, nelle sue storie personali, nei suoi espedienti per ottenere l’agognato “posto”.

Fu nel clima culturale e sociale sopra descritto (un clima che culminò nell’accesa contestazione nelle scuole e nei luoghi di lavoro, e, infine, nel cd. autunno caldo del 1969) che nacque la legge n. 300 del 1970, a tutti nota come lo Statuto dei lavoratori.
Si tratta della legge che detta le “norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento“ed è, dopo la Costituzione, la nostra fonte normativa più importante in materia di lavoro.
Nata per stroncare gli abusi dell’imprenditorialità e per garantire al massimo la classe lavoratrice, la nuova normativa, che pure contiene ovvi principi di civiltà giuridica, veniva – come è stato detto – nel momento peggiore e nel modo peggiore, con qualche squilibrio di fondo nella considerazione dei soggetti coinvolti nel rapporto di lavoro (GIUSEPPE PERA, Diritto del lavoro, Padova, 1996).
L’obiettivo era di fornire ai lavoratori le garanzie più totali e piene ai loro diritti: e, al contempo, si voleva realizzare l’idea un po’ utopistica di un lavoro che fosse per tutti non ripetitivo e umiliante, ma sempre professionale e gratificante, con un progressivo passaggio di ogni lavoratore verso l’alto. In più, si codificava un contropotere sindacale che fosse in grado di neutralizzare i tradizionali poteri imprenditoriali.
La norma – simbolo di questo nuovo corso fu l’art. 18, che introdusse la regola (valevole per le imprese con più di quindici lavoratori) che il rapporto di lavoro poteva risolversi solo nella sussistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo, con la conseguenza che, a fronte di un licenziamento illegittimo, il giudice poteva ordinare la reintegra in servizio, pena l’obbligo di pagare comunque la retribuzione.

L’avvento della “letteratura industriale” fu un fenomeno pervasivo: in breve tempo è tutta la cultura italiana che si cimenta sui temi e sulla valutazione della nuova corrente letteraria.
Si trattava di rimettere tutto in discussione.
La stagione del neorealismo era avvertita come definitivamente conclusa.
Il che non voleva significare una fuga dal realismo: Vittorini continuava a porre il problema letteratura e realtà e a suggerire temi di riflessione sulla nuova realtà sociale ed economica del paese.
Ma la realtà, o l’“impegno” come concepito da Sartre, erano in crisi perché rischiavano di trasformarsi in boomerang.
E c’era, quindi, chi metteva in guardia: il capitalismo contemporaneo non è tirannico, ma “astuto”, interessato a mostrare un volto “umano“ e tollerante per rendere dialetticamente funzionale a se stesso anche l’opposizione; parlare di alienazione, reificazione, “tristezza operaia“ può diventare solo un modo di eludere i veri problemi.

Oltre a quelli sin qui nominati, si potrebbero citare anche altri titoli apparsi nella seconda metà del Novecento o subito dopo il Duemila.
Ad esempio: il romanzo Tre operai di Carlo Bernari, pubblicato la prima volta nel 1934, ma non a caso ripubblicato nel 1966, che narra le vicende esistenziali di tre operai (due uomini e una donna) sullo sfondo delle lotte operaie del 1900; ma anche La dismissione, 2002, di Ermanno Rea: lo smantellamento dell’acciaieria Ilva di Napoli, che sarà venduta ai cinesi, diventa metafora della fine di un sentimento collettivo di speranza nel futuro. A soffrirne è, tra gli altri, Vincenzo Buonocore, il tecnico incaricato dello smantellamento e reale interlocutore, con generalità camuffate, di Rea, che raccoglie lo “sfogo” di chi nella fabbrica ha vissuto sentimenti, rimpianti, nostalgie.

Con l’avvento del ventunesimo secolo e della Postdemocrazia, economisti e giuristi si trovano a osservare una realtà nuova, fondata su una netta e crescente precarizzazione del rapporto di lavoro.
A pretendere attenzione, nel capitalismo contemporaneo, è l’emersione del lavoro indipendente come forma estrema di precarietà. Figure tipiche che esemplificano l’obiettivo delle imprese sono i gig workers: rendere il lavoro una risorsa da attivare quando se ne ha bisogno, scaricando sui singoli i rischi del reddito, la gestione della sicurezza e quella finanziarizzazione dei servizi sociali che prevede che si acquistino sul mercato pensioni, assistenza sanitaria e formazione. In tal modo, il lavoro si trasforma in un bene “usa e getta”.
E a sua volta l’impresa si presenta come l’intermediaria tra un lavoratore indipendente e il mercato, senza essere così responsabile né del lavoro svolto né delle condizioni nelle quali viene espletato.
E’ la vecchia storia della flessibilità e della precarietà, al tempo stesso molto antica e molto moderna, che coincide con l’eterna lotta nella ricerca di un lavoro.
Una ricerca che ha tante molle, non solo quella del bisogno economico, e tutte si riassumono nel diritto alla dignità o, il che è in definitiva lo stesso, nel diritto all’identità, che, senza la dignità, è un diritto vuoto (STEFANO RODOTA’, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, Milano, 2006).

Ma le imprese, non raramente, falliscono, creando problemi non solo di natura economica, ma anche giuridica e di sofferenza umana.

Quando pensiamo al fallito nel Settecento, nell’Ottocento, persino per tutta una buona parte del Novecento, la figura a cui corre la nostra mente è quella del commerciante, del bottegaio; pensiamo al goldoniano Pantalone (uno sprovveduto, piuttosto che uno spericolato avventuriero della finanza e degli affari); o al balzacchiano Birotteau (un mercante sfortunato, non certo un capitano d’industria).
Erano questi gli imprenditori insolventi contro cui si accanivano leggi punitive e creditori assetati di vendetta? Ma tant’è.
La dura lex della mentalità capitalistica si preoccupava soprattutto di eliminare i rami secchi e di preservare l’economia sana dal contagio con le sacche di incapacità e disonestà. Interdizioni e sanzioni penali dovevano sembrare sacrosante.
Era sacrosanto perfino privare il fallito del diritto alla privacy; e così la corrispondenza diretta al fallito veniva deviata al curatore. Appariva giustificato, nella mentalità del corpo sociale e nello spirito delle leggi, tutto ciò che era espressione di sfiducia, di perdita di diritti, di repressione: perché guadagnare poco era una colpa che doveva essere fatta scontare ora per ora.

Anche nella Germania degli inizi del secolo scorso il trattamento normativo dell’insolvenza era particolarmente afflittivo, stando a una fonte espressa vividamente in un testo letterario.
Quando Antoine Buddenbrook apprende che il marito è destinato al fallimento, la sua reazione è molto significativa: “Solo in quel momento aveva afferrato tutto ciò che la parola “bancarotta “implicava, il senso vago e terribile che sin dall’infanzia le aveva ispirato. “Bancarotta “… era una cosa più atroce della morte, era disordine, crollo, rovina, scandalo, disperazione, miseria“ (Thomas Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, Berlino, 1901).

A partire dagli anni Settanta, in Italia si è cominciato, ma all’inizio più per ragioni deflattive che per vera convinzione, a sentire l’importanza di restringere la failure zone e la tendenza legislativa è stata quella di escludere dal fallimento molte situazioni imprenditoriali critiche (ora escludendo soggetti per le loro caratteristiche strutturali ora riconducendo determinate insolvenze a procedure concorsuali diverse dal fallimento).
Insomma, il fallimento era avvertito come la procedura che governa l’insolvenza delle imprese medio – grandi: e questo divenne in breve il principio dominante.
Per le imprese troppo piccole o troppo grandi non era utile al mercato che si procedesse con le lungaggini e le puntigliosità della procedura fallimentare.

Poi si varcò la soglia del Duemila e iniziò la grande stagione della riforma fallimentare: una stagione non ancora conclusa.

Negli anni 2005-2007 tre importanti steps normativi (l. 80/2005, d.lgs. 5/2006 e d.lgs. 169/2007) diedero luogo alla prima vera riforma globale, che si prefisse tre obiettivi: la prevenzione (impedire che l’emersione tardiva della crisi possa disperdere gli assets dell’impresa), la privatizzazione (lasciare, per quanto possibile, che la crisi venga gestita e risolta nell’ambito della contrattazione tra debitore e creditori) e la velocizzazione (attraverso la previsione di termini finalizzati ad accelerare la conclusione di procedure e di sottoprocedimenti).
Ma questa riforma si prefisse anche un altro obiettivo: espungere dal sistema il carattere sanzionatorio.
Non c’è più una persecuzione automatica, connaturata alla procedura fallimentare: le conseguenze penali sono eventuali, conseguiranno, cioè, solo all’esito di accertamento di illeciti. In più: a disposizione del fallito si mette una formidabile occasione di riscatto.
Se collaborerà con gli organi della procedura per una sua rapida e non disastrosa conclusione, tutti i suoi debiti non soddisfatti si estingueranno: è questa la vera novità rivoluzionaria della stagione delle riforme, la cd. esdebitazione (o il discharge, che alcune legislazioni straniere di ispirazione anglosassone già conoscevano).

Se veniamo ai giorni nostri, cioè al Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza (d. lgs. 12 gennaio 2019 n. 14) ancora non entrato totalmente in vigore, vediamo confermati lo spirito e gli obiettivi degli interventi legislativi del periodo 2005 – 2007: preferenza delle soluzioni concordatarie rispetto alla liquidazione dei beni, sanzioni limitate ai casi di frode e comportamenti irresponsabili, premialità diffusa (ivi compresa l’esdebitazione).
Il fallito non è più un reietto; anzi l’ordinamento gli offre una seconda chance: se vuole, potrà mettere a frutto la sua esperienza sfortunata e intraprendere un’altra attività imprenditoriale senza il condizionamento dei vecchi debiti (una partenza da zero: fresh start).

C’è – e questo sorprende – qualche ritorno al passato: il Codice, in effetti, erode alcuni spazi di autonomia negoziale che le riforme 2005 – 2007 avevano introdotto; inspiegabile, nei concordati, è una ritrovata presenza pervasiva dell’autorità giudiziaria e una ritrovata “severità“ che mal si concilia con la visione privatistica che pure si vuole mantenere.

Sembra un destino ineludibile quello di tutta la storia del fallimento, che può dirsi caratterizzata dall’“alternanza di durezze e mitezze”, a seconda che prevalga l’interesse del ceto imprenditoriale creditorio, che è quello di ottenere il soddisfacimento, più rapido possibile, del proprio credito, o l’interesse della comunità nel suo complesso alla tutela dell’ordine economico (ivi compresi il mantenimento dell’occupazione e la continuità aziendale).
Un punto di non ritorno è da ritenere, però, l’effetto esdebitativo: un comportamento collaborativo del debitore potrà sempre, nella ricorrenza di determinate condizioni, comportare l’azzeramento dei residui crediti non soddisfatti nella procedura e consentirgli una nuova partenza senza il fardello dei vecchi debiti.
Una situazione economica deficitaria che si trasforma, secondo il celebre aforisma di Beckett, in un vantaggio:
Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio “(SAMUEL BECKETT, Molloy, 1951).

Image credit: Sanj Saigal da Pixabay

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