Le rose e il pane

Le rose e il pane

di Giovanna Fava (Avvocata in Reggio EmiliaForum Donne Giuriste)

L’espressione di Rosa Luxemburg, ripresa nel 1912 dalle operaie tessili in lotta nel Massachusetts con l’imperativo “Vogliamo il pane ma anche le rose”, è stata utilizzata tante volte per dire che è vitale nutrirsi ma è ugualmente importante la qualità della vita, dei rapporti e della realizzazione personale.
In questo tempo sospeso parlare di rose sembra un lusso che non possiamo concederci, tanta è l’urgenza del quotidiano e per molti della sopravvivenza.

Da più parti è stato segnalato che a pagare il prezzo più alto della pandemia sono ancora una volta le donne.
Linda Laura Sabbadini in una recente intervista afferma che questa non è una crisi energetica né una crisi economica ma una “crisi della cura” determinata da infrastrutture sanitarie e sociali inadeguate.
Il nostro Paese, dove il carico del lavoro di cura già gravava sulle donne nella misura del 67%, ora le costringe a fare da “baluardo al virus”: come lavoratrici in prima linea nelle scuole e negli ospedali, come madri dei figli costretti a casa con le DAD, e come figlie di genitori anziani e bisognosi di assistenza.
Nel contempo le donne sono le prime a perdere il lavoro e le ultime a recuperarlo.

In un momento storico in cui gli stessi Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne minacciano di ritirarsi dalla Convenzione, ed effettivamente si ritirano, argomentando che occorre difendere la “famiglia”, occorre soffermarsi su cosa si intenda per famiglia e quale tutela effettiva essa fornisca ai suoi singoli componenti, sia mentre la famiglia è unita che quando, colpevolmente o meno, si divida.

Ancora troppo frequente è “il patto” non scritto all’interno della coppia, coniugata o meno, per cui uno dei due, generalmente la donna, rinuncia al lavoro fuori casa per occuparsi della casa, dei figli e della famiglia e, di fatto, accettando di diventare caregiver non retribuito, in cambio della solenne promessa verbale “a te provvedo io”, “non hai bisogno di versare contributi la mia pensione basterà per entrambi”.
E’ questa una promessa fallace, che apparentemente funziona quando le cose vanno bene ma che é destinata a diventare un vero e proprio miraggio, e a rivelarsi del tutto impossibile, appena la relazione comincia ad incrinarsi: a quel punto “quello che è mio è mio” e quello che poteva essere “nostro” torna ad essere esclusivamente “mio”, in nome della titolarità del rapporto di lavoro, del principio nominalistico dei contributi versati, dei conti correnti, dei risparmi, della titolarità degli immobili.

L’istituto della “comunione legale dei beni” unico strumento che avrebbe potuto riconoscere degnamente la parità effettiva del lavoro svolto fuori e dentro casa, non ha avuto seguito e la possibilità di scelta, data dall’ordinamento, tra la comunione e la separazione dei beni, ha decisamente inclinato l’asticella verso il regime patrimoniale della “separazione dei beni” lasciando nel partner forte della coppia il totale potere economico.

Ogni tanto il legislatore pare avere un sussulto, una resipiscenza, sì da prevedere un contributo al mantenimento del convivente privo di mezzi adeguati (art.342 ter) e con la legge n.76/2016 prevedendo che ciò possa avvenire per un numero di anni pari alla durata della convivenza, ma si tratta di norme di cui non si ha notizia di effettiva e diffusa applicazione.

Né maggiore tutela possono sperare di ottenere le coppie unite da matrimonio nelle decisioni dei Tribunali dove, troppo spesso, con un generico e formale provvedimento di “affido condiviso” dei figli si pensa di superare la disparità del lavoro di cura elargito dai genitori. Gli assegni, anche per i figli, sono sempre più bassi e il “lavoro di cura” non considerato per elevare l’assegno in modo adeguato, viene assimilato al tempo trascorso presso ciascun genitore e ritenuto invece importante per ridurlo.

Di fatto cancellati gli assegni per il coniuge: in nome dell’autonomia e della necessità dell’autosufficienza di ciascuno gli assegni di mantenimento per il “partner debole” sono di entità sempre più modesta, sino a sparire del tutto dopo la sentenza non definitiva sul vincolo.
Il meccanismo è automatico e “feroce”: quanto fatto in favore della famiglia diventa “trasparente”, un “dovereun’obbligazione naturale” e quel lavoro di cura fisica e morale svolto h24, che tanta dedizione ed impegno ha comportato, diventa, ai fini economici del tutto irrilevante.
E non osi la donna, in nome di quei sacrifici, chiedere un assegno divorzile perché rischia seriamente di essere condannata anche al pagamento delle spese di lite.

Non è questo il significato di parità all’interno della famiglia che pensavano i nostri costituenti; a qualunque famiglia ci si voglia riferire, oggi, parafrasando, potremmo dire “vogliamo le rose, ma anche il pane”.

Image credit: Martyn Cook da Pixabay

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