L'occasione dei migranti

L’occasione dei migranti

di Mariarita Stilo (Avvocata in Reggio Calabria)

Sentiamo urlare più volte attraverso i media frasi del tipo:

Gli stranieri ci stanno invadendo, rendono l’Italia un Paese meno sicuro; ci rubano il lavoro, li manteniamo noi”.

Sono solo alcuni dei luoghi comuni che continuamente giungono da più parti e che molto spesso vengono smentiti dai dati ufficiali.
Non possiamo, però, prescindere da un’analisi diversa, che non tenga conto delle paure generate da discorsi qualunquisti e sommari su stranieri e migranti, espressione di un immaginario collettivo che spaventa. Stereotipi che vengono declinati molto spesso con leggerezza, quasi a voler sminuire di significato quello che succede nelle relazioni quotidiane.

Nell’odierna società tutto questo suggerisce separazione, cesura, chiusura, ma non è la soluzione.

Papa Francesco, per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 26 settembre u.s., ha lanciato il tema: “Verso un noi sempre più grande”, una frase che racchiude tutto il programma che ci deve occupare nel prossimo, immediato, futuro.
La Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato per porre l’attenzione su diverse categorie di persone vulnerabili in movimento, per pregare per loro mentre affrontano molte sfide, e per aumentare la consapevolezza sulle opportunità offerte dalla migrazione (XXX Rapporto Immigrazione 2021. Verso un noi sempre più grande).
Il monito è che le parole del Santo Padre non cadano nel vuoto; le parole pronunciate esprimono vicinanza alle migliaia di migranti, rifugiati e persone bisognose di protezione fra i quali molte donne e bambini, sottoposti ad una violenza disumana.

La pandemia da Sars-Cov-19, poi, ha prodotto una serie di effetti negativi in diversificati ambiti della vita individuale e collettiva della popolazione mondiale, svelando grandi fragilità che non caratterizzano solo gli altri, ma ciascuno di noi.

I pregiudizi, i preconcetti e la diffidenza pervadono la nostra vita quotidiana, ma diviene, a questo punto, oltremodo necessario improntare le nostre scelte fuori dagli schemi cui si è soliti ragionare, con una cultura più aperta, pronta a vedere e trovare ciò che di buono c’è nell’altro, favorendo l’opportunità dell’incontro. Peraltro, l’emergenza sanitaria in questo anno e mezzo sembra, nella narrazione, aver soppiantato l’emergenza umanitaria e degli sbarchi che, per come si dirà, è un dato in costante aumento.

Per altro verso, l’aumento di rischio di diffusione del contagio ha ovviamente nutrito un altro pregiudizio, quello di considerare i migranti quali potenziali “untori”.
Gli sbarchi pressoché quotidiani sulle nostre coste, di persone provenienti da diversi paesi e l’immigrazione attraverso la rotta balcanica, sono passati quasi in secondo piano nella narrazione mediatica.
Lo straniero diviene protagonista delle cronache giornalistiche soltanto quanto è artefice di fatti dolosi.
Le cronache hanno posto l’attenzione sempre sull’emergenza sanitaria, sulle deficienze del nostro Servizio sanitario nazionale e più in generale sulla sofferenza dei contagiati ricoverati nelle terapie intensive, ma senza nulla dire in merito ai possibili contagi di coloro che sono sbarcati sulle nostre coste e edulcorando così la realtà, quasi a non voler togliere la prima scena agli italiani.

I dati, infatti, parlano di un forte aumento del numero dei migranti sbarcati.

Nel nostro Paese a decorrere dal 1° gennaio 2021 al 22 ottobre 2021*(dati ufficiali Gov. interno) il numero è di 51.568 che, se comparati con i dati riferiti allo stesso periodo nell’anno 2020 (26.683), ne fanno comprendere la portata.

Per la sua collocazione geografica la Calabria è, allo stato, la nuova frontiera degli sbarchi di immigrati. La provincia di Reggio Calabria, in particolare Roccella Jonica, ma anche altri Comuni del litorale ionico calabrese, è stata interessata negli ultimi anni da sbarchi in consistente e esponenziale aumento, provenienti in gran parte dalla c.d. rotta mediorientale, prevalentemente dall’area greco/turca, ma anche dalla la rotta africana, in particolare dalla Libia – regione Cirenaica- (la provenienza del flusso migratorio: Egitto, Iran, Iraq, Afghanistan, Siria, Pakistan).

Nell’anno 2021, raggiungono il numero di 4702 migranti, di cui 3388 uomini, 286 donne e 1028 minori, rispetto ai 1534 del 2020, trend in marcato e costante aumento.
Particolarmente significativo, ahimè, il numero dei minori non accompagnati giunti in questo territorio, la cui gestione grava essenzialmente sui servizi sociali dei comuni interessati, con grande dispendio di risorse e di impegno di amministrazioni spesso in dissesto finanziario.

Tutti gli operatori impegnati hanno svolto e svolgono un encomiabile lavoro, particolarmente attenti nell’individuare soluzioni adeguate di ricollocamento dei migranti.

Tutto ciò però si scontra con l’inadeguatezza delle strutture di accoglienza del territorio, con la mancanza di servizi essenziali, di un efficiente volontariato, per cui, sovente, le forze di polizia e la locale Prefettura sono chiamate a sopperire a croniche deficienze di altre pubbliche strutture pur competenti nella gestione dell’accoglienza.

L’arrivo costante di migranti ha anche innescato malumori tra gli amministratori e la popolazione locale, pur tradizionalmente accogliente, tenuto conto che questa provincia è teatro di altre difficili convivenze con stanziamenti migratori, come ad esempio la tendopoli di San Ferdinando, e la Piana di Gioia tauro, abituale ritrovo di centinaia di immigrati dediti alla raccolta stagionale di agrumi ed altri prodotti della terra.

I braccianti agricoli e le badanti sono categorie di lavoratori di cui, tra l’altro, dall’inizio della pandemia si è avuto sempre più bisogno, ma non certo le uniche in cui gli immigrati rappresentano forza lavoro nei settori produttivi interni. Categorie di lavoro, queste, delle quali non possiamo più fare a meno, lavori che gli italiani disdegnano e rappresentano un vantaggio per l’erario.

Tali dati smentiscono lo stereotipo che “gli immigrati ci rubano il lavoro”.

Il numero elevato di donne impegnate in attività di assistenza familiare, ad esempio, dà la misura di quanto le famiglie italiane spendano in assistenza e di quanto l’INPS incassi a titolo di contributi degli immigrati.
Le donne migranti, quindi, risultano essere presenze importanti nella gestione familiare: portatrici, però, di una triplice vulnerabilità di madri, di donne e di migranti.
Esse sono spesso da sole ad occuparsi della casa e dei figli, confinando queste abilità gestionali in un ambito ancora troppo spesso strettamente domestico e sommerso, senza costituire al contrario un motivo di rafforzamento e valorizzazione dei processi di inclusione al femminile.

Per concludere.
L’Europa, l’Italia non hanno bisogno di migranti? La risposta è nelle cose, nei fatti.
È un problema ineludibile cui si dovrà far fronte in maniera strutturale investendo l’Europa nel suo complesso perché queste migrazioni di massa, disperati che fuggono dalla fame, dalla siccità e dalla desertificazione climatica, dalle guerre, si intensificheranno nel futuro in maniera esponenziale, e graveranno sulla nostra sanità, sui nostri precari sistemi di accoglienza, sul nostro welfare, esasperando le già consistenti diseguaglianze economiche.

Mineranno la nostra confort-zone?
In un’epoca come quella attuale, per dirla come Dostoevskij, in cui prevalgono l’aurea mediocrità, l’insensibilità all’amore, la pigrizia, l’inettitudine all’azione e la pretesa di trovare tutto pronto, potremmo cominciare a beneficiare, e sarebbe un inizio, della loro forza lavoro, in un continente sempre più vecchio e indolente.

Image credit: Rupert Kittinger-Sereinig da Pixabay

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