Lo Stato spacciatore
di Enrico Sbriglia (Penitenziarista – Former dirigente generale dell’Amministrazione Penitenziaria Italiana
Presidente Onorario del CESP (Centro Europeo di Studi Penitenziari) di Roma – Componente dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Friuli Venezia Giulia)
La cronaca recente ci sbatte in faccia il dramma dell’uso e abuso di sostanze stupefacenti.
Sono decenni che si parla di guerra alla droga e, francamente, ho visto catturare pochi generali, mentre di fanti, di piccoli tossicodipendenti, ne sono caduti tanti e molti di più sono stati presi e incapsulati nelle nostre prigioni, trascinando nella disperazione più nera intere famiglie e generazioni.
Ho incrociato tanti “tipi” di tossicodipendenti: religiosi, militari e poliziotti, medici e malati, cantanti e perfino incantatori di serpenti, viados e uomini tutti d’un pezzo, vecchie prostitute e giovani clienti, escort al maschile e macho veri, ricchi e poveri, industriali e disoccupati, europei e medio-orientali, bianchi e neri, anglosassoni e mediterranei, pazzi e savi, savi…mah!
Prigioniero di un pregiudizio, interpretavo la legalizzazione delle sostanze cosa indecente, convinto che per davvero si potesse fare una guerra senza tregua ai trafficanti di morte ed alle loro organizzazioni, beccando pure quelli “a dettaglio”, pusher di quartiere, di strada, di condominio e di pianerottolo, e poi quelli in servizio permanente fuori le scuole di ogni ordine e grado, compresi quelli appostati vicino le università, e via via ovunque essi stazionassero con la morte in tasca.
Poi, però, guardavo attorno con più attenzione e lo sconforto e lo sgomento crescevano rabbiosi.
Perdevamo tutte le guerre di fronte a cataste di morti e di infelici, con braccia bucate, narici bruciate, ghiandole ingrossate e mafie ingrassate. No, così non funzionava!
Molti pensano che quello della droga sia un problema degli altri, di quelli poco attenti, di genitori distratti che non seguano i figli, di educatori falliti, di chi comunque non mostri attenzione ai particolari…
In verità, ridurre il problema ritenendo che non ci sfiori o non ci possa mai sfiorare è come mettere la testa sotto la sabbia per non vedere e capire.
Non c’è, infatti, censo, categoria o gruppo umano ove tali problematicità non si siano in qualche modo manifestate ed insistere che esista un esercito di puri che combatta, strenuamente, contro quello degli impuri, è solo cinica e irresponsabile propaganda, che si scioglie come neve al sole allorquando poi capiti “l’incidente” di percorso, semmai scoprendo che il problema è proprio qui, accanto a noi, all’interno della nostra famiglia, del nostro ufficio, della nostra azienda, della nostra parrocchia, del nostro partito, quello che ci convinse perché invocava Dio, Patria e Famiglia.
Non vi sono soluzioni univoche per contrastare efficacemente e vincere la guerra contro le droghe e le sue organizzazioni e, inevitabilmente, occorrerebbe riconoscerlo.
Il contesto socio-culturale attuale non ci aiuta e né, tantomeno, possiamo fare affidamento esclusivo ad agenzie sociali, pubbliche o private che siano.
Allora, di fronte a tale complessità, dovremmo abbandonare ogni inutile pregiudizio e avere l’onestà di imporci un cambio di strategia, per quanto ciò possa apparire “scandaloso”, imboccando strade finora temute ed osteggiate, non ultima quella che sia lo Stato stesso a farsi carico del bisogno di sostanze che una quota incalcolabile di cittadini implora, esige, compra.
Il problema, insomma, è grande e non si racchiude in una compressa, in una riga, in una siringa oppure in una fumata di crack.
Allora smettiamo di fingere di combattere una guerra che ci vede, da tempo immemore, perdenti e diventiamo più pragmatici, mostrando di sapere anche fare di conto, di non sprecare risorse pubbliche ma, anzi, di incrementarle sottraendole alle mafie.
Non sarebbe scandaloso che fosse lo Stato a gestire i consumi, almeno di quelle droghe “popolari” e più diffuse, accertandone la qualità e la soglia massima di principi attivi stupefacenti, consentendogli così di incassare i soldi, comprensivi delle imposizioni fiscali, piuttosto che permettere alle Mafie di ingrassare spudoratamente, tra l’altro non poche volte smerciando, attraverso le proprie capillari reti di distribuzione, dei veri e propri veleni che nulla hanno di psicotropo ma molto di topicida.
Stato spacciatore? no, ma Stato compassionevole e che non intende chiudere gli occhi.
Perlomeno, così, si assicurerebbe la qualità della merce “stupefacente”, la sua tracciabilità con la relativa filiera della produzione, piuttosto che lasciare “la roba” in mano ad approssimativi chimici di giornata, ad avvelenatori seriali, che manipolano, mescolano, tagliano, inquinano quelle sostanze che poi distribuiranno in tutte le loro reti di vendita illegale, da porta a porta con delivery, semmai online, di morte a domicilio.
Con una quota dei proventi legali potremmo favorire la ricerca da destinare alla cura di malattie infettive, potremmo impiegare un maggior numero di psicologi, di assistenti sociali, di medici specialisti da impiegare per la cura delle dipendenze, senza depredare i capitoli di spesa pubblica rivolti alla generalità dei cittadini.
Abbandoniamo i pregiudizi e smettiamo di dare la caccia alle stelle, perché quest’ultime saranno sempre più numerose delle nostre lance. Osiamo prima che tutto sia un buco nero.
Image credit: pasja1000 da Pixabay
Di Enrico Sbriglia, su Ora Legale News
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