Magistratus sum

Magistratus sum

Gli speciosi latini ci hanno consegnato un termine che nella radice magis– contiene un comparativo di autorevolezza. Ha dunque un significato altamente suggestivo il confronto fra tradizione e attualità, perché è un fatto che l’apprezzamento per i magistrati è precipitato verso minimi storici.
L’ultima rilevazione della fiducia degli Italiani nelle istituzioni, declassa quella assegnata alla Magistratura, tanto che solo il 35% degli italiani conferma il suo gradimento (fonte agenzia Paglioncelli – giugno 2019).
Ma ancora più grave, se può dirsi, è la percentuale di coloro che rispondono di non avere nessuna fiducia, perché qui si supera la maggioranza degli intervistati con un mortificante 55%.

Che è successo fra i giudici? Voglio credere che l’attuale indice di sfiducia sia transitorio e mutevole, collegato a una ciclicità dei sentimenti condizionati dai fatti di cronaca. Potrei aggiungere benevolmente che la magistratura è un parafulmine su cui scaricano le tensioni di altri corpi sociali, e principalmente della politica.
Certo, la radicalizzazione di parti contrapposte, che si contendono il consenso affidandosi alla stringata sintesi della messaggistica sui social media, isterilisce il pensiero e riduce semplicisticamente tematiche complesse.

E però, guardando all’effetto e non alle cause, la mancanza di favore, ovvero l’aperto disfavore, fa male a un’istituzione cardine della democrazia. Il consenso dei cittadini giova alla salute dell’ordinamento, quanto gli nuoce il dissenso, e se pure i giudici non siano un organo elettivo, l’umore negativo li coinvolge per la ragione che essi traggono legittimazione dalla credibilità del loro operato.

Vacillando l’istituzione i singoli che ne fanno parte stanno peggio. La percezione di moralità che si richiede al giudice, e il suo correlato di terzietà, entrambi valori indefettibili del giudicare hanno, in effetti, un prezzo. Il giudice lo paga con l’isolamento sociale. Tralascio i casi estremi, quelle situazioni in cui si trovano i magistrati esposti ad attentati, il cui isolamento è finanche fisico, costretti a vivere in caserme o perennemente tutelati da una scorta: vite blindate che vedono compromesso ogni piccolo evento quotidiano e le stesse relazioni familiari.

Piuttosto penso alla solitudine del giudice qualunque, e considero la complessiva “fatica” del suo mestiere, e non di meno il recinto di regole che lo inducono a limitare l’espressione della sua personalità.
Nell’accezione più nobile, il giudice è propriamente “solo” quando svolge la sua funzione. E’ “solo” nell’atto in cui, avvertendo la difficoltà della decisione, si impone di trasformare il dubbio in certezza, e muta un convincimento soggettivo in una oggettiva affermazione di Giustizia.
Decidere sugli altri e per gli altri è un atto complesso che coinvolge l’intima percezione di sé, impone di superare pregiudizi, convinzioni culturali, abiti mentali; richiede una capacità di spaziare lo sguardo prospettico: porsi dall’altra parte, nelle stesse condizioni date.

La bilancia che ne è il simbolo, dà conto del bisogno del contrappeso, della equanime considerazione delle ragioni contrapposte, e oggi, in una visione teleologica della condanna, richiede al giudice di dare particolarmente sfogo alla sofferenza della vittima, introducendo iniziative collaterali come la mediazione penale e la riparazione del danno, con funzione recuperatoria dell’equilibrio emotivo e psichico di chi l’illecito ha dovuto subirlo.

Secondo una visione più prosaica, e non di meno realistica, la solitudine del giudice ha anche un secondo significato. Il giudice ha la faccia dell’intruso in una società sempre più edonistica, basata sull’apparire. Accade che alcuni comportamenti assolutamente normali, lo sono un po’ di meno se a farli è colui che presidia la funzione di Giustizia.

Divertiti con moderazione, non essere esuberante, contieniti nei comportamenti dimostrandoti sempre contenuto nelle relazioni e sobrio nei modi. Preferibilmente stai lontano da club e circoli, e certo non accettare cariche direttive (figuriamoci! I voti si comprano da che mondo è mondo e comportano riconoscenza). Sei sui social, meglio iscriversi con uno pseudonimo, e poichè finisci sempre per essere riconosciuto, evita di scrivere opinioni che potrebbero etichettarti di parte; comunque non dire mai la tua su partiti, idee politiche, vaticini elettorali e preferenze.
Se criticano una tua sentenza, e per partigianeria dicono che sei un somaro quando hanno avuto torto, non sentirti offeso, perché esprimono un legittimo diritto di opinione e non ti è concesso replicare con una sconfessione pubblica del tuo censore. Se scrivi un libro scomodo, oppure un semplice articoletto come questo, meglio non firmarlo, per una convenzionale idea del giudice che non deve nemmeno lamentarsi.

Beninteso, ci sono magistrati che approfittano del ruolo e sono trasmodanti, eccessivi, interessati, arrivisti, e pure ladri e delinquenti. Chi può negarlo? Però comprendete che per la maggior parte i giudici si interrogano ogni giorno magistratus sum? E ogni giorno confermano la scelta di essere oscuri e laboriosi servitori, e perseguono, codici in mano e fascicoli sotto braccio, il bene collettivo della giustizia, aspettandosi di essere riconosciuti per tali, senza orpelli o ermellini, cittadini fra cittadini, ma vestiti della credibilità di chi vede in loro indefettibili tutelatori del diritto e della serenità del vivere sociale. Chiedono che si riponga in loro fiducia e si sforzano, nelle aule dei tribunali e fuori da queste, di meritarsela.
Magistratus sum

Photo credit: Markus Christ da Pixabay

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