Metamorfosi del processo penale
Analisi del processo effettuata da una specola privilegiata
di Andrea Casto (Avvocato in Bari)
Già ai tempi del processo a Socrate non furono risparmiate critiche sia alla struttura, sia alla durata dei processi ateniesi.
Ci si chiedeva, all’epoca, se la sentenza del popolo, immotivata e dipendente da argomentazioni retoriche, potesse essere una forma di vera conoscenza.
Ci si interrogava, in particolare, sulla possibilità di decidere sulla vita e sulla morte di un uomo nelle poche ore scandite dalle clessidre.
Anche nei nostri tempi ci si interroga sulla efficacia delle nostre scelte processuali.
Una importante metamorfosi ha caratterizzato il processo penale, nel quale si è passati dal sistema inquisitorio del 1930 – che vedeva il Giudice come soggetto centrale del processo – al modello accusatorio del 1988 che, viceversa, pone(va) l’imputato al centro del processo stesso.
Ci si era illusi che questa metamorfosi di sistema potesse garantire maggiormente il rispetto dei principi costituzionali (presunzione di non colpevolezza, diritto di difesa etc.) ma, in realtà, anche questo modello processuale – per quanto maggiormente garantista – ben presto ha mostrato i propri limiti.
Sia sufficiente meditare sulla summa divisio che viene predicata dagli addetti ai lavori tra “verità storica” e “verità processuale”.
Ci siamo ormai supinamente acchetati su questa dicotomia concettuale come se fosse normale accettare una sentenza di condanna (ma ciò vale anche per quella assolutoria) sulla base della “verità processuale”, nella consapevolezza che ben potrebbe tale “verità” non collimare con quella storica, effettiva!
Mi ha colpito molto, in un film, una frase di un cinico avvocato penalista rivolta al proprio assistito attinto da accuse ingiuste, del seguente tenore: << La smetta di ragionare come se fosse innocente >>!
Ebbene, un processo informato a regole di giudizio che legittimi una sentenza come epilogo della ricostruzione di una “verità processuale” piuttosto che di una “verità effettiva”, è un processo che ci impone di ragionare da colpevoli pur quando siamo innocenti, laddove non vi siano elementi sufficienti ad imporre un esito assolutorio.
Se ne converrà che ciò è ontologicamente aberrante.
Senza contare un ulteriore, forse ancor più grave, aspetto del problema: chi giudica l’imputato?
Prescindendo dalle regole di giudizio poste a fondamento di un sistema processuale, rimane l’inquietante problema che riguarda la persona che materialmente è chiamata a giudicare l’imputato.
È davvero sufficiente conoscere le regole processuali per saper giudicare?
Siamo davvero convinti che il superamento con voti brillanti di un concorso pubblico possa dare la patente di saggezza, equità e terzietà a colui che siederà dietro lo scanno del giudicante?
E’ forse questo l’aspetto più delicato: chi giudica?
Non è forse tanto importante se il processo è cartolare o fondato sulla oralità; né se è camerale ovvero caratterizzato dalla pubblicità.
In altri termini la vera differenza non la fa il processo inquisitorio caratterizzato dalla raccolta delle prove nella fase delle indagini ovvero il processo accusatorio nel quale la formazione della prova è affidata al pubblico dibattimento, nel contraddittorio delle parti dinanzi ad un giudice terzo.
La vera differenza la fa …. il Giudice.
Perché sa giudicare chi conosce la vita.
Perché sa decidere chi, nel corso della vita, ha sviluppato saggezza.
Perchè sa essere equo chi è connotato da serenità ed equilibrio.
Perché sa essere prudente nel giudizio chi ha coscienza;
Perché sa essere giusto chi è umile.
Forse, dunque, il tanto blasonato “giusto processo” non è né un processo inquisitorio né un processo accusatorio.
E non saranno l’articolo 111 della Costituzione né gli apporti della giustizia europea a rendere davvero “giusto” il processo, perché il processo sarà “giusto” soltanto se chi lo amministra avrà le doti sufficienti per renderlo tale.
Concludo sostenendo che non bisogna puntare sulla riforma dei sistemi per migliorare i processi, né sulle modifiche delle regole di giudizio, poiché ciò che ci deve interessare non è un “processo giusto”, ma una “sentenza giusta”; ed una “giusta sentenza”, più che rappresentare l’epilogo di un “giusto processo” è sempre un prodotto di un “giudice giusto” e quindi di un uomo virtuoso su cui, de iure condendo, gli sforzi del Legislatore dovrebbero maggiormente concentrarsi.
Image credit: TuendeBede da Pixabay
Di Andrea Casto, su Ora legale News
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