Mi mostro quindi sono

Mi mostro quindi sono

di Loredana Papa (Avvocata in Bari)

Salve! Mi chiamo Sergio Vieira de Mello, sono brasiliano e attualmente sono l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani. Questa organizzazione è l’opportunità migliore che potete avere per realizzare i vostri sogni, non dimenticate mai che le vere sfide e le vere ricompense, nel servire le Nazioni Unite, le troverete là fuori per la strada dove le persone stanno soffrendo e hanno bisogno di voi”.

Comincia così, con il messaggio rivolto ai nuovi membri dello staff, il loro primo giorno di lavoro, il film “Sergio“, prodotto da Netflix, che illumina la figura dell’Alto Funzionario dell’Onu coinvolto, il 19 agosto 2003, nell’esplosione di un ordigno che distrugge il quartier generale dell’ONU a Baghdad.

Il film ha un ritmo lento e di certo non vuole essere un documentario, ma piuttosto trasferire emozioni e riflessioni profonde; la tecnica del flashback, utilizzata nel film, esonera gli autori dall’obbligo della fedeltà assoluta ai fatti.

Sergio viene inviato a Baghdad, dopo la fine del regime di Saddam Hussein, per verificare quale ruolo possano svolgere le Nazioni Unite, in un Iraq gestito dagli Stati Uniti, allo scopo di trattare per la pace e garantire elezioni regolari. Attraversando la città, appena giunti nel Paese, insieme alla compagna Carolina Larriera, consulente economica dell’ONU e al suo collaboratore più fidato, osserva la situazione della città dilaniata dalla violenza e dalla povertà e quando giunge al quartier generale dell’Onu, la presenza dei mezzi blindati dei militari americani che lo presidiano offre a Sergio in maniera chiara il quadro della situazione.

Sergio decide di allontanare la guardia armata dei militari americani dalla sede dell’ONU, incontra l’Ayatollah e trasferisce con forza il suo messaggio al popolo iracheno, agli Stati Uniti e al mondo intero: nessuno osi pensare che l’ONU rappresenti lo strumento o la copertura degli Stati Uniti o della coalizione, l’Onu è un’organizzazione indipendente. Ma proprio nel momento in cui esamina il dossier da inviare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che descrive la reale situazione del Paese e dà disposizioni per organizzare una conferenza stampa per illustrare il contenuto del dossier, viene travolto da una violenta esplosione che distrugge l’intero edificio.

Mentre è intrappolato tra le macerie, Sergio, attraverso i flashback, ritorna a Timor Est dove era stato inviato dall’ONU per convincere l’Indonesia a rinunciare al controllo sulla piccola regione, teatro di scontri e violenze da quasi due decenni e dove conosce Carolina.

I fatti sono raccontati attraverso gli occhi di Sergio che ricorda. e così attraverso i suoi ricordi, il film descrive il successo della missione a Timor Est, l’amore per Carolina, l’incontro in Cambogia con il leader dei Khmer Rossi, Ieng Sary, la nostalgia per i figli a cui ha dedicato poco tempo e distratta attenzione e, infine, il suo posto del cuore, la spiaggia di Arpoador a Rio dei Janeiro.

Sono bellissime le immagini del mare azzurro, profondo, meraviglioso in cui si immerge e attraverso cui rivede i suoi figli bambini e la sua Carolina.
E così il film ci mostra un uomo, uno studioso, che definiscono il risolutore, che non ha paura di credere che l’identità del popolo ed il legame con la propria terra rappresentano sempre il punto di partenza per la soluzione dei conflitti.
Ci riesce a Timor Est, terra dilaniata da anni di sanguinose repressioni e battaglie, dove comprende profondamente il significato ed il valore del desiderio di indipendenza; lo fa attraverso le parole di una donna semplice che ha perso tutto, la terra, la casa, la famiglia e che esprime il suo più grande desiderio: divenire pioggia, cadere e rimanere per sempre unita alla terra in cui è nata.

Il desiderio di indipendenza è il desiderio di essere visti, di essere riconosciuti agli occhi di tutti, soprattutto da chi pensa di guidare il popolo ed il paese.

La missione in Cambogia, che viene sfiorata nei ricordi di Sergio, non avrà il lieto fine dell’indipendenza del Timor Est, ma segna comunque un successo diplomatico: Sergio incontra Ieng Sary che ha studiato con lui alla Sorbona e ottiene che migliaia di rifugiati possano tornare nelle loro case e ci riesce perché entrambi hanno avuto una comune ispirazione dagli studi, perché da lì è iniziata la formazione culturale che li ha portati in luoghi tanto distanti, ma che, sia pure per un breve momento, li ha riavvicinati.

Certo l’Onu in Cambogia, come gli rimprovererà in seguito il suo più fidato compagno di lavoro, si è ritirata e ha lasciato che si continuassero a calpestare i diritti umani e lo stesso collaboratore ricorderà, con durezza, a Sergio, appena arrivati a Baghdad, che Baghdad non è Saint-Tropez.

Anche a Baghdad Sergio non dimentica che ogni popolo vuole essere riconosciuto, vuole essere visto, che solo attraverso l’affermazione dell’identità del popolo si può lavorare per la pace.

Nella storia intima come in quella pubblica è tutto un’interminabile catena di desideri.

Un’esplosione metterà fine al suo impegno e ai suoi sogni.

Il film è delicato, ripercorre con il filtro della storia d’amore tra Sergio e Carolina che rimane centrale nel film, gli ultimi anni di vita del diplomatico brasiliano, ma non impedisce di cogliere e di far riflettere sul senso e sulla ragion d’essere dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

L’ONU, dopo l’esplosione, si ritirerà da Baghdad che sprofonderà poi in una sanguinosa guerra civile e Carolina, nel decimo anniversario della morte di Sergio, ha pronunciato un discorso molto duro, in cui ha denunciato la coltre di silenzio che ha coperto le circostanze del gravissimo attacco alle Nazioni Unite.

Image credit: Tristan Zhou, HK Concrete Jungle
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