Non siamo un paese per giovani

Non siamo un paese per giovani

di Anna Losurdo

Vorrei salire sulle spalle degli adulti per osservare il mondo da quel punto di vista” (il desiderio di un bambino)

Non siamo un paese per giovani, si dice. Sebbene donne e anziani possano dire altrettanto per sé.
In verità credo che ci accomuni la sensazione di aver perso delle occasioni. O di esserne stati privati. Ovvero che proprio non ci siano state date.

Una recente ricerca effettuata dall’IPSOS e commissionata dal Dipartimento per le politiche giovanili ci dice che i giovani adulti, tra i trenta e i trentacinque anni, sono già diventati pessimisti e hanno già smesso di sognare.
In realtà l’ottiimismo si incrina molto prima, già intorno a vent’anni e per almeno tre su dieci di loro.
Sino a quell’età, la fiducia nel futuro è preponderante come è giusto che sia.
Si incrina, quindi, nel decennio successivo, che è quello dell’impatto con l’università e con il mondo del lavoro.
Per altri versi, emerge una loro diffusa e generalizzata istanza di attenzione da parte delle istituzioni e una altrettanato generale aspettativa di risoluzione dei problemi da parte di “qualcuno”.

Ecco il primo “allerta”.

I nostri giovani, da sempre, sono una categoria da indagini conoscitive per programmare politiche e interventi, piuttosto che coloro sui quali costruire il nostro futuro.
Manca, ogni volta, la conoscenza dell’esito di quelle politiche e di quegli interventi. Ma a giudicare dai risultati, temo che non siano entusiasmanti.
Ridotti a una categoria astratta, da sondaggi, appunto, i giovani italiani tornano al centro dell’attenzione della opinione pubblica in situazioni eclatanti in positivo o in negativo.
Sui giovani, invece, si fa un grande esercizio di retorica, come avviene per la famiglia. Che allo stato resta il luogo migliore dove crescere ma che non è esente da abissi profondi.

I nostri giovani, così come noi stessi in passato, e tutte le generazioni nella storia di ogni paese, hanno il compito di raccogliere l’eredità di quelle mature e anziane.
Rappresentano il futuro e sono già qui, in un oggi che è gia domani, nonostante la resistenza a fare spazio da parte di quelle stesse generazioni che li hanno messi al mondo.

Prima di parlare dei giovani dovremmo fare tutti una severa riflessione. Che con grande probabilità neanche hanno fatto gli adulti nel periodo della nostra giovinezza.
E forse dovremmo provare a far parlare di più loro e ad ascoltare le loro voci e le loro istanze.
Perché quelle loro parole, anche se a volte aride e deludenti, sono davvero straordinarie. E raccontano la capacità degli esseri umani di andare avanti.

E restituiscono il senso della capacità di progredire migliorando se stessi.

I nostri giovani concittadini, figli, nipoti, alunni, discenti, ecc. sono oggi di fronte ad adulti scellerati che hanno in buona parte distrutto il loro futuro. Che spesso provano a fornire regole di vita che per primi non sono capaci di seguire. O li inducono a studiare per svolgere mestieri e professioni che forse spariranno. Che gli hanno consegnato la certezza di un impoverimento generalizzato rispetto alla condizione nella quale sono cresciuti.
Eppure, di fronte al frequente silenzio degli adulti, sembrano ripiegati su se stessi piuttosto che capaci di una vera contestazione.

E invece dovremmo aiutarli alla costruzione del senso dello stare al mondo, individuale e collettivo: come persone e come cittadini.

Definiamo “Millenials” gli individui tra i 18 e i 34 anni.
Per l’ONU i giovani sono la categoria di persone tra i 15 ed i 24 anni di età.

Noi definiamo giovani i professionisti sino a quarant’anni.

Già in questo disallineamento tutto italiano c’è il secondo sintomo di allerta.
Questo allungamento della “giovinezza” copre un alibi collettivo che è funzionale al ritardato ingresso nel mondo del lavoro e alla tardiva conquista dell’indipendenza.

I numeri delle statistiche concernenti il mondo del lavoro sono raccapriccianti e fin troppo noti per essere qui riportati.

Il primo passo per cambiare prospettiva sembra essere proprio quello di anticipare, nella convinzione di tutti noi, la concezione delle persone di minore età come cittadini a pieno titolo, in grado di esporre le proprie esigenze e di portarle all’ettenzione degli adulti e delle istituzioni.

La Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, ratificata ed eseguita in Italia con legge n. 176 del 1991, pone tra i suoi principi centrali quello dell’ascolto e della partecipazione delle persone di minore età.
Inoltre sottolinea all’art. 2 il diritto di pari opportunità, all’art. 3 il principio del superiore interesse del minore, quale criterio guida di tutte le scelte che lo riguardano, e all’art. 24 il diritto alla salute, quale diritto fondamentale costituzionalmente garantito.

La cultura della legalità inizia dal rispetto dell’altro, delle regole e dei valori della convivenza civile e della cittadinanza attiva.
Bambini e ragazzi consapevoli dei loro diritti rappresentano un primo presidio di legalità.

È però responsabilità di noi adulti e delle istituzioni offrire modelli educativi che possano essere punti di riferimento, non lasciare i bambini da soli.

Il sistema di protezione dell’infanzia non funziona, anche a causa della disomogeneità tra regione e regione. Ne sono la prova i casi di violenza sui minori (sono ancora troppi i bambini che muoiono per mano di chi è tenuto a proteggerli), il proliferare di baby gang, la discriminazione dei minori stranieri. E in Italia vivono nove milioni e 800mila minori: uno su otto vive in condizioni di povertà assoluta: 1.225.000 persone minori di età!

Sono sempre più numerosi i giovanissimi che fanno uso di sostanze stupefacenti e alcoliche.
Come testimoniato dalla comunità scientifica, l’inizio è sempre più precoce ed è in forte aumento l’utilizzo in fasce di età sempre più giovani.

Le famiglie e tutte le istituzioni hanno la grande responsabilità di rendere capaci i giovani di fronteggiare le proprie fragilità e di rifiutare l’indifferenza alle sofferenze altrui e alle ingiustizie, di alimentare nei giovani la passione per una cittadinanza consapevole, rendendoli capaci di promuoverla attraverso la coscienza dei diritti e il rispetto delle regole della convivenza civile.

È indispensabile ripristinare un’alleanza educativa tra gli insegnanti, gli adulti e i genitori, che ne faccia persone curiose e speranzose e cittadini in grado di difendere le libertà e i valori democartici. Abbandonando ogni ipocrisia.
Per prenderci davvero cura dei nostri giovani, per restituire loro almeno la capacità di recuperare il senso della esistenza e un diverso sguardo sul proprio futuro, per insegnare loro ad essere persone migliori di noi.

PH: Myriam Zilles da Pixabay

https://www.politichegiovanili.gov.it/

della stessa Autrice: https://www.oralegalenews.it/copertina/fearless-girls/3896/2019/

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