povera opinione pubblica

Povera opinione pubblica

di Fabio Cavalera (Consigliere Ordine Giornalisti Lombardia e Presidente Associazione Walter Tobagi per la formazione al giornalismo )

La prima volta che incontrai Walter Tobagi, nei corridoi di via Solferino, avevo 21 anni ed ero ancora studente universitario.
Il giornalismo era la mia passione, avevo cominciato a collaborare con l’Avanti prima, successivamente col Corriere d’Informazione, la storica testata milanese che andava in edicola nel pomeriggio, una palestra di cronaca ineguagliabile perché occorreva conciliare il rigore della verifica delle notizie con i tempi velocissimi della pubblicazione e della stampa.

Per una serie di coincidenze positive, a cominciare dalla fase espansiva delle vendite (altri tempi), fui assunto dal Corriere della Sera il 15 maggio 1978 (mamma mia 41 anni fa!).
Entrai nella redazione del più importante e diffuso quotidiano italiano guardato con un certo scetticismo.
L’età media era abbondantemente vicina ai cinquanta e molti erano ben oltre.
I commenti della vecchia guardia si sprecavano: che cosa ci fa un pivello qui dentro? Per giunta uno che è ancora sui banchi dell’università?
Un ambiente, se non ostile, molto austero e complicato.
Per cui non fu facilissimo inserirsi. Ma fra i primi ad accogliermi ci fu Walter Tobagi che, giovane pure lui visto che era poco più che trentenne, già figurava fra gli inviati di punta e conosceva bene l’ambiente.
Ricordo bene le sue parole: “Il nostro dovere è studiare e capire, solo così possiamo spiegare con onestà e competenza ciò di cui siamo testimoni, restando lontani dalle vanità personali e impermeabili alle suggestioni pericolose e negative del potere politico e del potere economico”.
Mi torna spesso in mente quella lezione di semplicità e di professionalità.

Viviamo tempi di disillusione e di rancori forti.
Ma non possiamo e non vogliamo indagare qui le loro cause.
Mi limito a una constatazione: la disillusione e i rancori prosperano in un quadro di pesante deficit etico a livello sociale.
La bussola del buon senso sembra essere stata smarrita.
E il giornalismo non è immune a questa deriva, anzi pare esserne parte fino ad amplificarla.

La spettacolarizzazione, la volgarizzazione, la banalizzazione, la mancata attenzione ai problemi reali della vita, la sempre più marcata scelta di privilegiare il superfluo, il gossip e il trash, sono tutti vizi gravi che segnano i mass media italiani.
La logica culturale di capire e spiegare, di selezionare e gerarchizzare le notizie, di mettere il lettore nella condizione di riflettere e infine giudicare, la logica della qualità ha lasciato spazio alla logica della quantità, della immediatezza senza riscontro che stimola gli istinti e le emozioni non mediate dal pensiero.
Per dirla in modo chiaro: la stampa ha smarrito la sua funzione inseguendo il nuovo business del web.
Il risultato è che l’informazione diventa urlata e povera di idee, superficiale, persino manipolata e manipolabile.

I giornalisti si portano sulle spalle il peso di non essersi interrogati in tempo, di essersi inchinati o per convenienza o per scarsa o nulla sensibilità etica e deontologica o per ignoranza, alla moda perversa della Rete, di non avere imposto il percorso opposto che è quello dei doveri di chi comunica e fa informazione: il dovere di capire, il dovere di spiegare, il dovere di usare il pensiero, il dovere di stimolare nel lettore la ragione e il giudizio, non il rancore.

La battaglia non è definitivamente perduta.
La prima strada che abbiamo davanti per recuperare la credibilità smarrita è tornare al senso etico della nostra professione che le parole di Walter Tobagi avevano così bene sintetizzato.
Non è facile e non è semplice perché non siamo più abituati a fermarci per riflettere.
Ma non abbiamo alternative se vogliamo riscoprire di essere “storici del presente”, come Umberto Eco ci definiva.

Pic: Linus Schütz da Pixabay

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