Tito Andronico
di Massimo Corrado Di Florio
“questa povera mano destra che mi è rimasta serve a colpire da tiranna il mio petto, poiche’ quando il cuore, impazzito dal dolore, martella dentro la sua cava prigione di carne, è cosi’ che io reprimo col pugno il suo moto.”
” Titus Andronicus ” dramma romano di William Shakespeare.
Pur essendo considerata un’opera minore merita anch’essa di essere ricordata.
Qui si consuma il dramma dei rapporti esofamigliari, peraltro, a mio parere, nati da irrisolti rapporti endofamigliari. Può valere anche l’inverso, come ovvio. Il più classico dei classici. Nulla è perfettamente impermeabile e, dunque, nemmeno il baluardo immoto e fermo rappresentato dalla famiglia: fortezza inespugnabile di qualunque principio dispotico e assolutista.
Non sono il primo a dirlo, non sarò l’ultimo. Anche il povero Tito, soldato coraggioso e invincibile, dapprima osannato al suo rientro da vincitore di battaglie gloriose contro i Goti e poi lasciato cadere nella disperazione delle sue scelte assai poco scaltre, vedrà sbriciolarsi, poco alla volta, le mura del suo metaforico castello: la famiglia.
Una scellerata alchimia tra il pubblico e il privato, alternata a colpi di scena molto poco soft, porterà l’ignaro lettore/spettatore verso finali truculenti e sanguinosi. Insomma, per dirla tutta, un’opera pulp ante litteram.
Grande, grandissimo, il Bardo misterioso. Misterioso se riferito al segreto (chissà quanto vero) dei suoi natali. Maestrìa pura nell’inventare una sottile cifra narrativa fatta di pieghe nascoste che poi finiscono col deflagrare in qualunque genere di delitto e di tortura.
Lo Stato che tradisce il cittadino fedele e, nello Stato che tradisce, gli oscuri pugnalatori e assassini dei valori morali e etici di uno Stato che invece necessita di esere (ri)legittimato. Ripugnanti trame famigliari nascostamente adoperate per curare interessi pubblici. Morti e mutilazioni. Figli e padri disperati e, ancora, madri e figli annientati. In qualche caso, dissanguati, fatti a pezzi e serviti a tavola. Un pasticcio di carne che verrà infine servito a pranzo. Un pranzo delle false promesse.
La sinusoide delle alternate vendette è una curva che viaggia verso l’infinito e persino chi non mostra alcun pentimento -il cattivissimo Aronne- è espressione della medesima curva: “Se mai ho commesso una sola buona azione in tutta la mia vita me ne pento dal profondo dell’anima”. Formidabile coerenza di Aronne.
Eroi e anti-eroi di sempre. Così gira, da sempre, il mondo.
Ognuno tragga l’insegnamento che vuole, così come ognuno accosti questo dramma antico alle tragedie attuali. Le nostre, così come quelle di qualunque altro tempo. D’altronde, altrove come qui, tutto ma proprio tutto è sempre uguale a se stesso.
di Massimo Corrado di Florio, su Ora Legale NEWS
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