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Un monito non basta

di Alexander Schuster (Avvocato in Trento)

E’ un momento molto triste per Valentina.
Ma non solo per lei.
Non vi è chi non condividesse il dramma di una donna che, dopo sei anni e mezzo durante i quali le due gemelle l’avevano chiamata «mamma Vale» è stata messa alla porta il 18 ottobre 2018 via Whatsapp: «Ti ho revocato tutte le deleghe. Non vedrai più le bambine».
Poche parole per un dramma molto chiaro.

Nell’aprile 2019 il Tribunale per i minorenni aveva ordinato che i contatti fossero subito ripresi.
Come fin troppo spesso accade con la giustizia minorile italiana, quel diritto è rimasto sulla carta, perché la madre si oppone e nessuno è intervenuto per far rispettare quella decisione.
Di delega in delega, di relazione in relazione il tempo è passato.

Ci siamo presentati alla Corte a fine luglio 2020 dicendo che non aveva ancora né visto né sentito le bambine: nemmeno una volta, nemmeno al telefono. Non sorprende che ancora lo scorso 14 gennaio la Corte europea abbia condannato l’Italia perché ha un «problema sistemico»: enunciare diritti su carta, senza garantirne l’effettività.

Ma evidentemente quella di Valentina per la Consulta non è una ingiustizia, non c’è un dramma per lei e per due bambine alla mercé dell’altra madre. Non è un dramma per il diritto, non è un dramma sul quale la Corte costituzionale ha ritenuto di intervenire, come pur le è stato chiesto dal Tribunale di Padova.

Quantomeno non oggi.

Per la Consulta la nostra Costituzione «allo stato» non può incidere su questa situazione. “Farà il Parlamento”: come se non sapessimo che il Parlamento è cronicamente sordo ai moniti della Corte e alla tutela delle persone più vulnerabili.

Intanto i drammi non mancheranno.
Forse una madre che busserà alle porte della Corte costituzionale fra nove anni sarà più fortunata. Forse oggi la Corte ha fatto un passo avanti importante.
Ce lo diranno le motivazioni. Forse capiremo che ha gettato un seme, quello del «monito», che, però, di solito sboccia dopo dieci e più anni.
Forse allora si riconoscerà che i minori vanno tutelati nei loro legami, senza dare peso al genere o all’orientamento sessuale di chi li ama.
Forse anche in Italia si dirà quanto da decenni si dice in altri Stati occidentali: che è meglio avere due madri che una sola madre con esclusione dell’altra.
Forse si avrà anche il coraggio di dire che è discriminatorio rendere padre l’uomo che dà il proprio consenso alla fecondazione eterologa della compagna, ma negare ad una donna di essere madre quando dà lo stesso medesimo consenso.

Quindi sì, forse la sentenza che verrà segna un passo avanti.

Lo segnerà, però, a vantaggio di chi porterà nuovamente all’attenzione della Corte i drammi di un diritto che nega l’amore, di una Costituzione che appare nemica non solo delle famiglie arcobaleno, ma anche di tutte quelle famiglie che non rispecchiano il «modello naturale».

Ma questo monito oggi rischia di non portare gran conforto a Valentina, nemmeno a quelle stupende gemelle che porta nel cuore da ancor prima che nascessero. Fu infatti lei, per prima, a cercare di dare loro la vita, quella vita che, assieme alla sua ex compagna, celebrò in occasione del battesimo cattolico. Ma la foto di quella famiglia, riconosciuta nel suo amore e nella sua unità dalla comunità dei fedeli e agli occhi di Dio, quella foto che era agli atti della Corte, evidentemente è un ricordo. E tale dovrà rimanere.

Valentina ha creduto nella giustizia tramite il Giudice delle leggi.
Ora dovrà confidare nei giudici di Strasburgo, dove già pende un ricorso dal 2019.
Certo non crede in un Parlamento che da anni si occupa di tutto, tranne che di diritto e di diritti. Il monito che annuncia la Corte è un compromesso. Ma per molti, i diritti dei bambini, i diritti di una madre messa alla porta con un Whatsapp, non possono diventare oggetto di compromessi.

Image credit: Free-Photos da Pixabay

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