Vis fatale cui resisti non potest

Vis fatale cui resisti non potest

di Massimo Corrado Di Florio

“E qual è il ruolo che mi hai destinato nel tuo piano, Quello di martire, figlio mio, quello di vittima, quanto c’è di meglio per diffondere una dottrina e infervorare una fede. Le parole martire e vittima, a Dio uscirono dalla bocca come se la lingua all’interno fosse di latte e miele, ma un improvviso gelo fece rabbrividire le membra di Gesù, quasi la nebbia lo avesse avvolto, mentre il Diavolo lo guardava con un’espressione enigmatica, un misto di interesse scientifico e di involontaria pietà.”

Il dialogo immaginato da Saramago riguarda le due antinomie perfette della migliore invenzione dell’animo umano: da un lato il Dio creatore di tutte le cose e, dall’altro, il Diavolo che, per quanto figlio dell’onnipotente e da questi creato (diremmo per necessità di narrazione religiosa), viene collocato nel buio maliziosamente opposto alla luce. Nel mezzo, tra i due, un recalcitrante Gesù. Facile immaginare, il contrasto tra i due esseri soprannaturali con l’uomo. Altrettanto facile immaginare i dubbi di quest’ultimo verso chi gli propone potere e gloria eterni e chi, l’altro, quello oscuro, gli sorride.

L’incipit, al di là di ogni altra considerazione e/o esegesi di sorta, evidenzia una futura violenza annunciata. E infatti, nel seguito delle pagine del bel libro (Il Vangelo Secondo Gesù Cristo), il prodromico annuncio viene arricchito da una sequela di descrizioni puntuali riguardanti il percorso violento che subiranno i martiri della Chiesa (ancora da fondarsi, ovviamente). Viene, cioè, descritto un futuro. Un futuro di morti, torture, violenze inaudite e, chi più ne ha, ne metta. È la storia dell’umanità. Nulla di più e nulla di meno.

Le infinite declinazioni della violenza non risparmiano nessuno. Nessun umano affare ne va esente, nemmeno quelli riconducibili ad una umanissima espressione creatrice di fede. Non è una novità. Molti atti di fede, alla fine, risultano pericolosi. Il dogma, sempre in agguato, è asservito ad interessi che, poco o nulla, hanno a che fare, con nobilissimi intenti. Ed anzi, per lo più, più nobili sono gli intenti, più facilmente (fatalmente, mi verrebbe da scrivere) gli scopi finali si macchiano, nel loro percorso, di inaudite forme di violenza fisica, morale, etica, affettiva, relazionale, sociale, sportiva…

L’elenco è assai lungo e, come è semplice intuire, può svilupparsi anche secondo le più varie simultanee combinazioni. E, pertanto, sia che si tratti di fede religiosa, sia che si discetti di “pragmatica” fede ideologico/ politico/sociale, la formulazione del dogma, in quanto dogma, nasconde in sé la miccia (lunga o corta è irrilevante) di possibili futuri inneschi violenti. Qualcuno potrebbe ancora dire che il fine giustificherà sempre il mezzo. Presterei maggiore attenzione agli effetti di simili affermazioni. Le conseguenze hanno il suggestivo “pregio” di insinuarsi all’interno di variegate e composite folle sempre disposte a innalzare stendardi di questo o quel colore, salvo poi a riporli con una velocità pari o addirittura doppia rispetto a quella usata per sollevarli da terra. Lo si sa, son cose dell’umano sentire. Tutto qui, tragicamente, tutto qui e, il momento che viviamo è per davvero “tutto qui”.

La Vis Fatale cui resisti non potest, se letta solo in termini di mero accadimento accidentale impossibile da contrastare, è però anche fin troppo pericolosa. Tenderei perciò a ripensare alla c.d. fatalità in termini di inevitabile componente essenziale dell’animo umano che, invece che portare verso terribili forme assolutorie, afferma “parmenidianamente” che la fatalità è e non può non essere. Ciò che, infine, richiederebbe veramente e soltanto un minimo “contro-sforzo” oppositivo avverso la forza, tendenzialmente irresistibile, della violenza fatale.

Non vorrei apparire eccessivamente bacchettone e mi basta solo ricordare che persino i bambini, se non indirizzati verso percorsi ad hoc, finiscono col manifestare forme (minime?) di violenza nei riguardi dei più deboli loro consimili. Perché? Perché è enormemente più facile, tutto qui. Ne “Il Signore delle Mosche”, l’abilità narrativa di William Golding (premio Nobel per la letteratura 1983), descrive in larga parte la difficoltà di realizzazione di un autogoverno pacifico tra un gruppo di ragazzini più o meno adolescenti. Anche qui, ancora una volta, la violenza viene declinata nelle sue più variegate forme e manifestazioni. Tralascio volontariamente autori appartenenti alla c.d. letteratura per ragazzi dove la violenza investe, per davvero, interi segmenti della c.d. società civile. Gli scrittori inglesi, esperti in materia, sono ben noti e non li citerò.

È di questi giorni la notizia riguardante l’uso di test illegali compiuti su pazienti ammalati di Alzheimer e Parkinson. Altra forma di inaudita violenza compiuta su persone incapaci di opporre un rifiuto. Anche qui, come altrove, il rapporto perverso è sempre lo stesso: soggetto forte/soggetto debole. Lotta impari, anzi lotta inesistente. “Sono sconvolta, inorridita — ha detto la ministra della Sanità, Agnès Buzyn —. Ci saranno processi e sanzioni”. Anche in questo caso qualcuno direbbe che il fine giustifica il mezzo? Oddio, la storia ci restituisce immagini perfettamente aderenti al principio. Inutile ricordare Josef Mengele, vero? Vis fatale cui resisti non potest? Occorre prestare la massima attenzione.

È probabile che siamo tutti un po’ afflitti da articolate forme di infelicità, anche grazie al momento durissimo che si sta vivendo. Perfino pensare che la felicità perfetta sia una sorta di lezione di resistenza al caso (Seneca) potrebbe renderci, paradossalmente, ancora più infelici. Nè è auspicabile diventare ancora più razionali. Anche così, si corre il rischio di essere portatori insani del ben noto paradosso secondo cui solo il saggio è libero proprio perché sa raggiungere il distacco totale da speranze, timori, dolori e paure. Si rischia di esercitare una forma di auto-violenza. Meglio di no.

Molto meglio limitarsi ad essere consapevolmente liberi mentalmente, senza violenza. Sul raggiungimento della felicità non so dire. Oggi come oggi mi sento lievemente disarmato e, alla correlativa domanda sul come ci si sente, potrei accostare a qualunque risposta (l’alternativa sarebbe sempre la medesima: bene/male) l’avverbio abbastanza. Effettivamente si resta sempre sulla soglia; forse, sorpassarla, ci condurrebbe “violentemente” nella noia. Meglio irrequieti che violenti.

Pic: Paesaggio urbano inclinato, Massimo Corrado Di Florio, 2019

dello stesso autore su ora legale NEWS: Povertà, cultura e DNA

https://www.oralegalenews.it/magazine/07-maggio/poveri-noi-7/5139/2019/

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