Il futuro occupazionale dei giovani istruiti

Il futuro occupazionale dei giovani istruiti

di Sergio D’Angelo (Sociologo del lavoro – Presidente di AIF – Puglia)

Il futuro occupazionale dei giovani istruiti

Una sintesi del contesto

Nei paesi europei dell’area mediterranea è diffusa la difficoltà dei giovani istruiti a trovare occupazioni coerenti con il livello di istruzione conseguito. Le ultime rilevazioni, come quelle effettuate da EULFS ( European Union Labour Force Survey) mostrano che il fenomeno si sta estendendo anche ad altri paesi dell’Unione. Si rileva una generale tendenza all’aumento della sovra-istruzione (over-education) o anche a un mismatch che riguarda il disallineamento tra le conoscenze acquisite durante il percorso formativo e le conoscenze richieste dal mercato del lavoro.

Tuttavia, l’Italia è, tra i paesi europei, quello con minore capacità di creare occupazione, il cui tasso è del 58 per cento (in Puglia del 45 per cento), mentre quello medio europeo è del 68 per cento.
La crisi economica non ha ridotto soltanto i nuovi posti di lavoro, li ha resi sempre più instabili. La probabilità di svolgere un lavoro instabile è cresciuta nel 2012 per i giovani (15-24 anni) del 52 per cento e per i giovani adulti (25 – 34 anni) del 23 per cento. E tra i lavoratori dai 15 ai 34 anni, la percentuale di occupati instabili cresce più per i laureati che per i lavoratori con la sola licenza media.

Conseguentemente, il rischio di ritrovarsi ingabbiati in rapporti di lavoro instabili di lungo periodo, in età adulta, è maggiore per i laureati che per i lavoratori meno istruiti.
Non solo: diminuiscono gli occupati nell’istruzione e nei servizi alle imprese (pubblicità, marketing, consulenza tecnica e manageriale, ricerca e sviluppo, gestione risorse umane) e crescono invece i servizi per le famiglie (lavoro domestico) e nell’assistenza delle persone anziane. La quota delle professioni intellettuali, inferiore al 10 per cento sul totale degli occupati, è tra le più basse in Europa.

L’Italia reagisce alla crisi di questi anni aumentando non i settori ad alta potenzialità di innovazione scientifica, tecnologica e culturale, ma quelli dove queste potenzialità sono minori (per esempio nel settore istruzione vi è un occupato ogni 41 abitanti contro una media europea di 30, invece un occupato nei servizi alle famiglie ogni 84 abitanti contro una media europea di 159).

In breve: il processo di terziarizzazione è nettamente a favore di settori arretrati che consumano invece di produrre risorse.
I cosiddetti “lavoratori della conoscenza”, cioè quelli che trattano informazioni, identificati da Cnel e Istat come lavoratori laureati occupati in professioni intellettuali e tecniche, sono inferiori di 5 punti percentuali rispetto alla media europea.

Si assiste dunque a una distruzione di occupazione qualificata e a uno spreco di risorse umane giovani, scolarizzate e qualificate.

Non è un caso se un numero crescente di giovani evita di segnalare nel proprio curriculum il possesso del titolo di studio più elevato. Eppure, nel nostro paese, la percentuale dei giovani con un diploma è inferiore alla media europea di 15 punti e di circa 10 punti per i giovani laureati.
Si verifica un apparente paradosso: i giovani istruiti hanno un minor vantaggio rispetto ai non istruiti, nonostante vi siano meno diplomati e laureati. Per contro, i giovani istruiti hanno un maggior vantaggio nei paesi europei in cui è più elevata la loro presenza.

Sembrerebbe non funzionare la regola (legge di mercato) per cui, se un bene (l’istruzione) è scarso, ne trae maggiore vantaggio chi lo possiede. Svanisce il paradosso quando si confronta la composizione dell’occupazione per livelli professionali.
L’Italia presenta una domanda di lavoro più orientata verso le basse qualifiche e meno verso quelle alte, diversamente da quanto accade nel resto dell’Europa centro-settentrionale. Perciò, i giovani italiani istruiti, benché relativamente pochi, risultano troppi in termini economici, poiché devono confrontarsi con scarse occasioni di lavoro qualificate. E i giovani meridionali laureati restano più disoccupati dei diplomati anche oltre i 30 anni.

Nel 2011 su 100 laureati da 25 a 39 anni neppure la metà è riuscita a trovare occupazione in una professione intellettuale o dirigenziale (in Germania e Olanda la media è del 60 per cento). Dunque, l’altro 50 per cento dei laureati italiani (ancor più per i meridionali) è rimasta in cerca di lavoro o svolge un’attività lavorativa meno qualificata, per la quale i laureati sono considerati sovra-istruiti.

In Italia, la fascia di età tra i 25 e 39 anni presenta la minore percentuale di laureati e la più bassa percentuale di occupati in professioni intellettuali e tecniche tra i paesi europei. Per cui, pur auspicando un aumento dei livelli di istruzione delle nuove generazioni, si incorrerebbe in un incremento del livello di sovra-istruzione, se dovesse persistere la qualità dell’attuale domanda di lavoro.
Un giovane sovra-istruito invece di essere preferito perché in possesso di più elevate competenze, può essere scartato in quanto ritenuto meno motivato o dotato di qualità personali, tanto da aver accettato una posizione sotto-qualificata. Per un datore di lavoro la sovra istruzione può essere considerata addirittura uno stigma negativo.

Le ipotesi della ricerca

I ricercatori, dopo aver definito l’oggetto della ricerca, la disoccupazione giovanile (15 – 34 anni) scolarizzata in funzione del sistema produttivo regionale, hanno circoscritto la popolazione da studiare:
a) i disoccupati giovani (15-24 anni) e giovani adulti (25-34 anni) in possesso di licenza media, diploma e laurea;
b) le imprese, ripartite come nel diagramma della fig. 1.

Figura 1 I segni + e – indicano una prevedibile capacità di assorbimento dei giovani istruiti

Assumendo che il sistema produttivo regionale è fortemente sbilanciato verso le piccole dimensioni e il lavoro autonomo, sono state definite le ipotesi da sottoporre a verifica empirica:

  1. Il sistema produttivo regionale, benché abbia mostrato negli ultimi decenni una discreta vivacità economica rispetto al contesto meridionale, qualora esprima domanda di lavoro, esclude, tendenzialmente, i lavoratori con titolo di studio elevato che risulterebbero sovra-istruiti rispetto ai ruoli organizzativi disponibili. Le imprese preferiscono assumere lavoratori con livelli minimi di scolarizzazione.
  2. Lo stigma negativo attribuito al titolo di studio elevato (laurea), nel caso dei sovra-istruiti, è un fattore che favorisce la decisione di licenziamento.
  3. I giovani (15 – 24 anni) e i giovani adulti (25 -34 anni) diplomati e laureati, dopo un periodo di ricerca e attesa, accettano, nel caso si rendano disponibili, posizioni sotto qualificate rispetto al titolo di studio (fenomeno del cooling out).
  4. Le donne, in prevalenza, smettono la ricerca attiva del lavoro, ritirandosi tra gli inattivi disponibili (fenomeno del lavoratore scoraggiato).
  5. I giovani e i giovani adulti con licenza media hanno più possibilità rispetto ai loro coetanei, a maggiore scolarizzazione, di trovare occupazione nei settori sopra indicati.
  6. Il raffreddamento delle aspettative e i il ritiro dalla ricerca attiva hanno un “effetto dimostrazione” sui giovani ancora inseriti nel sistema formativo tale per cui, pur ritenendo il titolo di studio come emblema apprezzabile socialmente (status symbol), essi allentano l’impegno negli studi. A un minor impegno corrisponde, conseguentemente, un minor livello di acquisizione di competenze e titoli di studio non adeguati agli standard attesi.

Una verifica empirica della teoria del “capitale umano”

La scelta metodologica compiuta dai ricercatori, ritenendo insufficienti le informazioni di tipo statistico-quantitativo, prevede un’analisi dei percorsi biografici individuali di un campione di giovani disoccupati. Sono previste interviste a un campione di imprenditori per scandagliare le strategie aziendali e organizzative con la conseguente scelta di inserimento/esclusione di capitale umano in possesso di doti cognitive pregiate.

Il gap tra le aspirazioni socio-professionali dei giovani con elevati livelli di istruzione e posti di lavoro disponibili sembrerebbe smentire la teoria del capitale umano. Secondo cui: le persone più istruite e qualificate otterrebbero un reddito maggiore delle altre; la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi da lavoro e della ricchezza sarebbe positivamente correlata alla disuguaglianza nell’istruzione o in altri elementi di formazione personale; la disoccupazione risulterebbe fortemente correlata in maniera inversa all’istruzione.

Se fossero validate sul campo le ipotesi di ricerca, confortate anche da numerosi dati e dalla osservazione dei comportamenti degli attori principali del mercato del lavoro, segnerebbero una svolta interpretativa originale e innovativa tale da rendere meno attendibile la teoria economica del capitale umano, oggi dominante.

Note:
  • L’articolo è una sintesi della ricerca sociologica “Dinamiche occupazionali e prospettive di lavoro nella regione Puglia” (http://ec.europa.eu/eurostat/web/microdata/european-union-labour-force-survey ) che si colloca all’interno del più complesso e ampio dibattito relativo ai temi della disoccupazione giovanile istruita e delle politiche attive che possono realizzare gli enti politici territoriali.
  • L’equipe di ricerca è coordinata da Sergio D’Angelo, responsabile scientifico
  • I dati presentati in questo articolo sono una rielaborazione da fonte Istat

Image credit: Tim Walker,
www.telegraph.co.uk

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