Santa subito
di Marco Pezzella (Attore)
Tutti i diritti hanno lo stesso valore e tutti gli esseri umani hanno il diritto di goderne.
Una regola semplice che ci viene insegnata sin dall’asilo, quando sappiamo di essere esseri umani, ma non sappiamo cosa significhi. Istintivamente, però, sappiamo di essere tutti uguali.
Durante tutta la vita, poi, tale uguaglianza, diviene un assillo per alcuni, un ostacolo per altri e un dogma – per fortuna – per molti. Una incrollabile certezza nel palazzo – tutt’altro che stabile – in cui vive e vegeta la morale di ogni essere umano.
Carte costituzionali, tutele soprannazionali e braccia forti non sono sufficienti a proteggere quell’istintiva uguaglianza, se non si diventa capaci, nel piccolo, di intravedere le ombre dei diritti propri e di quelli altrui.
Si finisce, così, per percepire l’importanza e lo spessore di un diritto solo quando questo viene negato.
Il grado di cattiveria che innesca l’azione violatrice di un diritto può essere più o meno acuto, ma il risultato – in valore assoluto – non cambia mai. E non è una questione di genere.
Santa Scorese aveva ventitré anni e le è stata negata – per sempre – la possibilità di vivere la sua vita. Le è stato negato il diritto di vedere com’è la vita dopo ventitré anni.
Una ragazza spontaneamente virtuosa, una possibile testimone della parola di Dio, chissà. L’azione volontaria di un uomo ha impedito – per sempre – di sapere come e cosa sarebbe diventata Santa dopo quel rosso 15 marzo 1991. Un diritto sacrosanto.
“Santa Subito” di Alessandro Piva, film documentario del 2019, premiato alla Festa del Cinema di Roma col “premio del pubblico” (unico riconoscimento di tale festival che, per l’appunto, è una festa e non un concorso) racconta la vita della giovane serva di Dio partendo proprio dalla negazione del diritto alla vita. Il film scandisce – attraverso le voci e le facce della famiglia Scorese – la parola “ingiustizia”.
“Santa Subito”, titolo capace di rivelare l’inclinazione cattolica della ventitreenne barese e la oltremodo ingiusta sofferenza dalla stessa subita, supera il racconto di un omicidio di genere, va – brillantemente – oltre la cronaca di una pagina più che buia della nostra società meridionale; ha la capacità di far compiere allo spettatore un viaggio nel tempo e di condurlo nel 1991, fargli vivere il dolore tuttora lancinante dei famigliari di Santa.
Dolore non assopito che non va da nessuna parte, se ne sta lì negli occhi di Angela, Piero, Rosa Maria e con loro segue zio Dino, Mario, Don Tino, Carmencita e Virginia nelle loro vite. In mano un fazzoletto per asciugare le lacrime, un fiore o un rosario, il cuore continua a battere ad un ritmo diverso. Più lento.
Il film di Alessandro Piva documenta questo dolore senza cadere nella trappola della effimera commiserazione. Funge da monito sociale: lascia che lo spettatore faccia suo quel dolore e lo porti a tavola nel dialogo con le famiglie, con i figli.
Difendere il proprio diritto è un istinto primordiale, ma rispettare il diritto altrui è una regola eterna che soprattutto la società moderna non può permettersi di ignorare. Indipendente dal genere.

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