Nazionalità terrestre

Nazionalità terrestre

di Ileana Alesso (Avvocata in Milano – Presidente FronteVerso Network)

L’ho capito dall’asciugamano. L’ho capito dall’asciugamano che qualcosa è cambiato. Non più di microfibra, accarezzato e adagiato nel trolley vuoto, all’inizio del rituale per un bagaglio sempre più essenziale e lieve. Sottile e inseparabile compagno di viaggio di nuance italiana, talismano identitario di viaggi verso la gioia del mare.

Fatto sta che quest’estate, complice “no volo no trolley”, brum brum, l’adorata 500, si è incamminata con un bagaglio stranito: asciugamano morbidoso e avvolgente come un tempo e stock di mascherine come in questo tempo. E così, tra ieri e oggi, ecco il viaggio “con una valigia di perplessità”, come dice il poeta Paolo Conte, cercando per il domani, indizi, gravi, precisi e concordanti tra magiche intese, stelle cadenti e profumi inebrianti.

E dopo, al rientro, con che bagaglio siamo tornati ? Ora come ci sentiamo, intimoriti, frammentati ?

Il passo si fa incerto, decide e indietreggia da sé. La vicinanza, alle persone, alle cose, alle idee, può essere contagiosa. Il respiro torna regolare a distanza mentre si avvia ad arenarsi o a tornare a riva con onde troppo alte, prive di riparo oggi.

Puzzle troppo complicato da ricomporre, frammenti di un insieme da ridisegnare. Lo sguardo attento verso l’orizzonte e una tavolozza di colori per decifrare segnali, emozioni, desideri e sogni.

E’ ancora lontano il potere rassicurante dell’abbraccio che molto manca ovunque. Local e Global: il vento non ha confini, spettina “i frugali”, se la ride dei “sovrani”, corre veloce, gonfia le vele, si infila tra montagne e alberi in città, solleva cappelli, gonne ed ombrelli. Ha un’unica lingua, vede un unico popolo e lo sente chiamare “turista” se passa o “foresto” se resta.

E a noi viandanti cosa impedisce di essere cittadini del mondo, radicati per cultura e apolidi per scelta ?

Un passaporto di nazionalità terrestre, identiche impronte digitali segnate dalla finitezza del percorso comune, un confine come inizio di incontro e relazioni di rispetto.

Una umanità viva, non sedata né sobillata, ricca di foto, modi di dire, proprie tradizioni, comuni speranze e identiche paure.

Una umanità curiosa che sgama fake news e manipolazioni, cerca relazioni di rispetto, grazia e misura e preferisce l’aria pulita all’odore di chiuso. E sa che il chiavistello dei nazionalismi serve per chiudere chi è dentro, prima che affliggere chi è fuori.

Una umanità che canta. Canta di libertà e di solidarietà. E’ stato struggente sentir cantare, durante il lockdown, “Bella Ciao” dai vigili del fuoco inglesi, Fire Brigades Union, dedicata “dalla famiglia dei vigili del fuoco ai fratelli italiani”, come è toccante risentirla ora dalle migliaia di manifestanti in piazza a Minsk, in Bielorussia. E ci accompagna ancora, come lo ha fatto a lungo nella scorsa estate, l’immagine della anziana signora libanese al pianoforte che suona la melodia scozzese, “Auld Lang Syne”, tra le macerie dell’appartamento squarciato dall’esplosione a Beirut.

Più Unione, più voci, più colori attorno a regole e principi che dal 1948 il Continente, l’Europa e l’ONU hanno ribadito, posto a base di sentenze e di moniti, bagaglio essenziale della “famiglia umana”, come ci ricorda la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

A meno che, dopo i segnali inquietanti che continuano ad arrivare, non si voglia che “il bello dell’Essere Umani” rimanga solo un ritornello pubblicitario.

Image credit: www.life-framer.com

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