Nei panni della giudice
di Piero Buscicchio (Psicologo e psicoterapeuta in Bari– Uomini in Gioco/Maschile plurale )
C’è questo film, “Jusqu’à la garde” (“L’affido”), di Xavier Legrand, presentato a Venezia nel 2017, distribuito in Italia un anno dopo, e ancora poco visto.
I primi 12 minuti si svolgono in un’aula di tribunale; non si fa riferimento esplicito alla P.A.S. ma, di fatto, di questo si parla.
Una giudice deve decidere in merito a Julien, figlio undicenne di una coppia separata. Il padre vorrebbe riprendere a vedere il figlio.
Già ascoltato dal consulente del Tribunale, Julien afferma di non voler incontrare suo padre, aggiungendo che non gioca in giardino per timore che lui arrivi.
Si fa accenno al fatto che la sorella quasi maggiorenne di Julien, 3 anni prima è stata picchiata dal padre, perché da lui sorpresa mentre si baciava col suo ragazzo. Il padre nega (“Si è fatta male facendo sport”).
A domanda della giudice, l’avvocata della donna risponde dicendo di non essere in grado di produrre prove delle minacce che la donna dice di aver subito.
È la sua parola contro quella dell’ex coniuge (come direbbe la Giudice Paola Di Nicola), il quale nega le accuse e afferma di voler essere un padre presente, prendersi cura dei figli, che hanno bisogno della figura paterna.
L’avvocata di lui afferma, inoltre, di poter produrre tante testimonianze di persone (colleghi di lavoro e non solo) che conoscono il suo assistito e possono testimoniare di una persona seria, equilibrata, generosa, astemia, lavoratrice.
Ad un certo punto dell’ascolto delle parti la giudice si chiede ad alta voce, chi stia mentendo di più. Dopo aver ascoltato, la giudice deve decidere.
Questi primi 12 minuti del film potrebbero essere un prezioso cortometraggio a sé stante, chiudersi su un primo piano del volto perplesso della giudice.
Con i nostri processi di identificazione, in questi 12 minuti siamo stati: la donna che si sta separando, il marito che subisce la separazione, i loro avvocati, Julien, la giudice.
Ora, nei panni della giudice, dobbiamo decidere. Alienazione parentale o tratti violenti dell’uomo?
Tendere all’affido condiviso, rispettando il principio della bigenitorialità, evocata ed invocata dal padre o credere alla madre, nonostante l’assenza di riscontri oggettivi certi della violenza dell’ex coniuge?
In due esperienze di cineplay (il cineplay è un incontro di gruppo nel quale le sequenze cinematografiche diventano spunti per prendere coscienza dei nostri processi di identificazione e proiezione) da me organizzate e condotte, le/i partecipanti hanno visto i primi 12 minuti del film e nulla sapevano, ovviamente, del suo sviluppo.
Invitat* a mettersi nei panni della giudice, senza essere, nella realtà, né avvocate/i, né giudici, né mediatrici/ori, né psicologhe/i, si esprimevano in vari modi.
Ad esempio, “io sentirei ancora una volta, il bambino”, “farei un supplemento d’indagine per capire chi sta mentendo”, “ascolterei di più il padre che ha parlato poco”, “li farei vedere da uno psicologo, per capire se il padre è violento”, “alcuni elementi mi fanno pensare che la madre abbia un nuovo compagno, e questo condiziona il bambino”, “la madre non mi sembra tanto equilibrata”…
Saranno d’accordo anche le/i giudici se dico che il codice penale ed il codice civile insieme non possono racchiudere e contenere la complessità della vita.
Se c’è un elemento fondamentale di riflessione che questo film suscita è, secondo me, il seguente: quando c’è sentore di violenza non si può ragionare e decidere per compartimenti stagni.
Nel suo illuminante editoriale, il giudice Roia, fissa alcuni elementi cardine in merito al complesso percorso verso la decisione in casi come quello prospettato dal film:
1) la Convenzione di Istanbul (art. 31) come faro, per le/i giudici della separazione e minorili, quando vi sono elementi che possano far pensare all’uso della violenza;
2) l’inesistenza di una sindrome, vale a dire di un complesso organizzato di sintomi che, sotto il nome di alienazione genitoriale, vorrebbe sottintendere una psicopatologia di uno dei genitori (quasi sempre la madre);
3) la necessità, in molti casi, di “un controllo penetrante su quello che i consulenti propongono” e l’attivazione di un contradditorio che porti ad un approfondimento logico, caso per caso.
Naturalmente, essere nei panni di chi deve decidere e giudicare è cosa ben diversa dall’essere, ad esempio, psicoterapeuta.
Ma se la psicologia, e prima ancora la letteratura e la poesia, hanno qualcosa di importante da dirci, forse questa cosa importante si può riassumere nell’esortazione a sviluppare la cosiddetta capacità negativa, della quale parlava John Keats, pur correndo dietro ai fatti e alle ragioni, come un/a giudice, a differenza di un poeta, deve fare.
Il resto del film serve a capire perché.
Image credit: Wendy Corniquet da Pixabay
di Piero Buscicchio su Ora Legale NEWS
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