Un paio di ali sulle spalle
di Luca Trapanese (Presidente di A ruota libera onlus – Napoli)
Quando mi chiedono di esprimere cosa significa per me “famiglia” non posso fare a meno di pensare ad Alba e me. Non siamo una famiglia tradizionale, anzi per molti siamo una famiglia “disabile” e non parlo solo della sindrome di down ma di quello che io ed Alba insieme rappresentiamo.
Io single e gay, lei disabile abbandonata e rifiutata.
Eppure, per me siamo la famiglia perfetta, una famiglia diversa e strana, ma chi può stabilire cosa è la normalità, chi si può arrogare il diritto di determinare chi è perfetto e chi imperfetto?
Quali sono i parametri di valutazione?
Quando sono stato convocato dal Tribunale per i minorenni di Napoli per essere valutato come probabile “famiglia” di Alba non mi sembrava vero, mai avrei immaginato di desiderare nulla di più.
Nè mai mi sono lontanamente pentito della scelta che ho fatto, una scelta non dettata dalla voglia di fare del bene o una buona azione, ma dal desiderio di paternità e dalla consapevolezza di essere pronto ad avere un figlio disabile.
Il modello di famiglia è quello che la storia e la cultura ci ha inculcato come unico modello da seguire, la cosiddetta famiglia tradizionale composta da madre, padre e figli, ma da molti anni viviamo l’esperienza ormai diffusa che la “famiglia” si è trasformata in modo significativo. Non si sta trasformando, si è trasformata, ed ora è il momento in cui una società che si vanta di essere all’avanguardia deve essere pronta a garantire pari diritti alle nuove famiglie.
Ormai è impossibile cercare di catalogare la famiglia, le possibilità sono molteplici, i casi sono diversi, le componenti a volte sono complicate ma un unico fattore comune a tutti ed è quello che dovrebbe essere caratterizzante per definire il termine “tradizionale” è l’AMORE.
Dovremmo iniziare a considerare famiglia il luogo dell’amore, della condivisione, dell’accoglienza, dove si valorizzano e si preservano le persone che la compongono.
Essere famiglia significa dare futuro a chi amiamo, significa essere pronti a rinunciare a se stessi per un altro, fare sacrifici per degli obbiettivi superiori, cambiare la proprie abitudini, mettere al primo posto le esigenze dei nostri figli ed augurarci che non siano i primi nella società ma che siano felici.
Questo non dipende dalla presenza di una madre e di un padre, ma dipende esclusivamente dalla consapevolezza dell’adulto che sceglie di essere genitore che la paternità e la maternità sono una vocazione.
Siamo una generazione di uomini chiamata a riscrivere le regole della paternità, spesso viviamo il ruolo di padre col timore di sminuire la nostra virilità o il dubbio di sovrapporci alla figura materna. Spesso siamo chiamati “mammo”. Questo accade perché è evidente la fatica che molti fanno nel riconoscere anche un uomo solo capace di poter essere famiglia per i propri figli.
Le nuove famiglie non sono legate alla genitorialità tradizionale ma anche alla monogenitorialità.
Finalmente nell’ultima sentenza dello scorso marzo la cassazione dice: ” è patrimonio dell’ordine pubblico italiano il principio di non discriminazione, rivolto sia a non determinare ingiustificate disparità di trattamento nello status filiale dei minori con riferimento in particolare al diritto all’identità ed al diritto di crescere nel nucleo familiare che meglio garantisca un equilibrato sviluppo psico—fisico nonché relazionale — sia a non limitare la genitorialità esclusivamente sulla base dell’orientamento sessuale della coppia richiedente“.
Credo fortemente che la famiglia, a prescindere dalle connotazioni culturali, sia una cellula vitale quando garantisce quella stabilità che non è data dalla tradizione ma esclusivamente dall’amore e dall’affetto, unico metro di valutazione per definire una vera famiglia.
Per me essere padre significa mettere un paio di ali sulle spalle di Alba ed insegnarle a volare; essere famiglia è avere la mente occupata costantemente dalle esigenze e dai desideri che possono rendere serena e felice mia figlia.
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