L’immobile Gattopardo
di Giuseppe Artino Innaria (Magistrato – Tribunale di Catania)
Se c’è un’opera letteraria, che più di ogni altra si attaglia alla definizione di classico, è senz’altro “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Classico, se intendiamo questo aggettivo nella accezione più prossima alla sua etimologia, “di classe”, che possiamo attribuire al suo autore in modo ambivalente, tanto per il suo essere di prim’ordine, quanto per la sua appartenenza ad un ceto aristocratico, che, malgrado la sua parabola discendente, ci tiene ancora alla sua distinzione dal resto del gruppo sociale.
Il Gattopardo ha partorito il Gattopardismo, la cui espressione più tangibile è il nipote del Principe Fabrizio di Salina, quel Tancredi, che ha affidato alla storia universale del pensiero il motto dei camaleonti di ogni epoca: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Ma Tancredi, a differenza dello “zione”, è uomo d’azione, che si adopera per conservare quel che resta dei privilegi e degli appannaggi della sua casta.
Il Principe, invece, è un contemplativo, che ammira le stelle, e lassù, dal suo osservatorio astronomico, ritrova quell’armonia prestabilita e smarrita quaggiù, dove il suo mondo, quello dei nobili, va sgretolandosi inesorabilmente sotto i colpi spietati di una rampante borghesia in ascesa.
Il Gattopardo è un romanzo antirivoluzionario, in cui si addensa la convinzione che ogni rivoluzione è un ruotare intorno al proprio asse.
È il fare a salire sul banco degli imputati. Non a caso, il Principe ragguaglia in modo illuminante Chevalley, l’emissario del nuovo Governo piemontese: “In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’… Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare…”.
La Sicilia è questo.
Un eterno movimento parente dell’immobilismo. Moviti fermu, si dice da queste parti, quando si intima ad un bambino di non fare un passo.
La Sicilia è la terra, dove sbrigarsi è “annacarsi”, cioè dondolarsi nella culla, la “naca”, rendendo plastica l’idea di come il massimo dell’attivismo qui sia oscillare senza allontanarsi dallo stesso posto.
La Sicilia è il non luogo della storia, l’altrove in cui il sole, “l’autentico sovrano della Sicilia”, “il sole violento e sfacciato”, “il sole narcotizzante”, annulla le volontà singole e mantiene ogni cosa in una immobilità servile.
Il Gattopardo ogni siciliano se lo porta dentro, come l’acuto melanconico di un male incurabile, che condanna alla disillusa inazione.
Ed io, da buon siciliano, Il Gattopardo l’ho amato da giovane, quando avrei dovuto odiarlo, perché strideva con la mia fede di cambiare il mondo, e l’odio adesso, che lo dovrei amare, in quella età che dovrebbe essere la mia maturità, perché è il simbolo dell’indolente pigrizia della mia generazione, della sua invitta vocazione allo star fermo sdegnoso, alla finestra, a contemplare l’universo umano, che muta nelle sue apparenze per restare sempre tale e quale nella sua sostanza ingiusta.
Il Gattopardo, la lumaca dentro il guscio di una spirale, lo spirito perso nel labirinto di un lento ed inane spostamento in avanti per ritornare sempre allo stesso punto di partenza.
Il Principe di Salina avrà il suo epigono letterario nel Barone Mandralisca di Cefalù, che – nel “Sorriso di un ignoto marinaio”, opera di un altro grande siciliano, Vincenzo Consolo -, leggerà nella “chiocciola” i segni della “storia che vorticando dal profondo viene“.
di Giuseppe Artino Innaria, su Ora Legale NEWS
Image credit: Rupert Kittinger-Sereinig da Pixabay
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