Dammi tre parole

Dammi tre parole

di Anna Losurdo

La vera causa dell’esclusione delle donne dalle cariche apicali è la loro assenza dalle reti del potere.
Quindi, innanzitutto, serve un nuovo metodo, un approccio diverso.
Per contrastare questa situazione occorrono luoghi diversi e relazioni costruite su valori profondi, sulla condivisione delle esperienze, anche del passato, per costruire il futuro insieme alle nuove generazioni.
Si tratta, quindi, anche di stipulare un nuovo patto tra generazioni.

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Ecco le tre parole – obiettivo.
L’universale, anche nel linguaggio, è maschile. E la rappresentazione linguistica è strettamente connessa al potere. Ci si identifica in quell’universale maschile e non nel femminile che è narrato e percepito come parziale.
Di qui la difficoltà di individuare una donna come destinataria di un mandato di rappresentanza o di un ruolo apicale.

Le donne non hanno posizioni di vertice in politica e nei sistemi di potere anche perché è ancora forte, nelle élite, il potere dell’appartenenza. Devono ancora essere il complemento di possesso di qualcuno affinché la loro presenza sia spiegabile.

Le donne si ritrovano, quindi, a dover scalare due muri.

Quello dell’ostracismo maschile, talvolta dissimulato, che non intende cedere spazi e quello del mancato riconoscimento reciproco tra donne.
Quest’ultimo conseguenza della cultura patriarcale con la quale siamo cresciute, assimilando lo stereotipo della competizione per primeggiare e guadagnare il consenso dei maschi.
La trappola simbolica diventa reale: scatta così il meccanismo di blocco che ostacola l’affidamento all’altra della rappresentanza, nelle istituzioni, della propria visione del mondo.

Il potere, che gli uomini maneggiano da millenni e che continuano a incarnare, ha a che fare con stereotipi interiorizzati, con metodi e meccanismi sclerotizzati, con aspettative e regole implicite che non vanno violate. Contravvenire significa rompere un sistema valoriale che affonda le sue radici in migliaia di anni.
In Italia, più che altrove, siamo in una situazione di monopolio maschile del potere, perché la classe dirigente è selezionata quasi esclusivamente tra gli uomini da uomini che ne scelgono altri.

Il patriarcato è quel sistema sociale in cui potere, autorità e ricchezza sono concentrati nelle mani degli uomini.

E ciò continua ad accadere nonostante le donne, ormai da decenni, investano di più in istruzione e risultino anche più preparate. E accade soprattutto in politica e ovunque prevalga il metodo della cooptazione.

Con buona pace di chi continua a negare l’esistenza di disparità di condizione sociale, culturale ed economica tra uomini e donne, i dati statistici continuano a raccontare una presenza femminile assai scarna nei ruoli di potere.

Il gioco è truccato perché uomini e donne non competono alla pari.

Come si rompe questo meccanismo? Le quote da sole non bastano e le resistenze ad esse si fondano sulla retorica del merito e della competenza.
In verità, buona parte degli uomini e delle donne hanno interiorizzato il patriarcato tanto da aver perso la vista critica sulla realtà sociale in cui viviamo. Donne e uomini sono vittime degli stereotipi di genere che indirizzano bambine e bambini in ruoli prestabiliti.

Per secoli siamo stati esposti al condizionamento di rappresentazioni di maschile e di sottovalutazioni di femminile e oggi il patriarcato interiorizzato fa riferimento a quei modelli in modo automatico e ci fa tollerare comportamenti disparitari e ingiustizie addirittura senza riconoscerli e senza percepirli come tali.

I pregiudizi generano diseguaglianze anche nel mercato del lavoro.

Perché le donne non sono, ancora, libere di scegliere.
Permangono barriere all’accesso al mondo del lavoro e ostacoli alla permanenza in quel mondo.
Per decenni, se restiamo alle azioni politiche degli ultimi cinquant’anni, sono state sottovalutate le misure di conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari condivise.
Servono una efficiente rete di infrastrutture sociali e una strategia di sostegno che aiutino le donne a liberarsi del carico di cura familiare. Con l’ineludibile salto culturale che finalmente porti alla consapevole e diffusa condivisione di quel carico tra uomini e donne.

La sfida quindi, investe, l’intera società e serve alla nostra democrazia.
Più uguale, più equa, più inclusiva. E quindi più giusta.

di Anna Losurdo, su Ora Legale News

Image credit: Jan Brzeziński da Pixabay

Link di interesse:
https://www.globalwomen.org.nz/leadership/
https://youtu.be/ofiE-eqAhrs

Per uno sguardo sulla situazione nell’Avvocatura e nelle istituzioni forensi:
https://www.radioradicale.it/scheda/658943/dal-negazionismo-al-riconoscimento-delle-donne-nella-professione-forense

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