Conosci te stesso
di Ileana Alesso (Avvocata in Milano)
Forse non è stata una buona idea. O forse si, è stata una buona idea.
E’ un libro molto bello, questo lo sapevo.
Metterlo in valigia insieme agli altri è stato già pregustarne la lettura, solo che qui dalla meraviglia del Peloponneso, nella penisola del Mani, dove anche chi amava pinguini & taccuini, Patagonia e Moleskine, ha voluto far spargere le proprie ceneri, la lettura è a tratti insopportabile e l’orizzonte del Mediterraneo, così luminoso, azzurro e trasparente, è cupo e terribile.
Per quelle associazioni di pensiero fulminanti e ingovernabili mi ritrovo in un attimo sia a Delfi, al “conosci te stesso”, sia a Milano, al “tu sai chi sei?”, tormentone di una recente commedia esistenziale brillante incentrata sul tema dell’identità.
I pensieri si succedono veloci fermandosi poi a Cracovia, sulle parole finali di una nota poesia della amatissima Wislawa: “Conosciamo noi stessi solo fin dove siamo stati messi alla prova. Ve lo dico dal mio cuore sconosciuto”. Così scrive Szymborska, su uno struggente fatto di cronaca, dalla Polonia di fine anni ’50 del secolo scorso.
“L’attualità del male”, questo è il titolo del libro
“La Libia dei Lager è verità processuale”, questo ne è invece il sottotitolo.
E se è naturale e immediato cogliere subito la evocazione “dei Lager” il tratto giuridicamente saliente è la “verità processuale”.
Particolarmente esplicita la quarta di copertina del libro, collettaneo, curato dalla Associazione per gli studi giuridici sulla immigrazione (ASGI), edizioni SEB 27: “ … le Corti d’assise italiane riconoscono le atrocità che accadono nei Lager in Libia come verità processuale. Donne seviziate e spesso gravide per gli stupri, uomini e bambini prigionieri di luoghi e pratiche atroci, sequestrati e rinchiusi, riscattati e torturati oltre il concepibile fino alla morte…. Un’Europa indegna dei propri valori firma accordi con governi fantoccio e finanzia milizie purchè i migranti vengano trattenuti altrove. Partendo da una significativa sentenza emessa dalla Corte d’assise di Milano contro un cittadino somalo identificato dalle sue vittime come uno degli aguzzini del campo di Bani Walid, questo libro vuole denunciare (anche: ndr) l’orrore … e il cinismo delle politiche europee … Anche grazie a sentenze come quella qui esaminata nessuno potrà più dire di non sapere”.
Quante volte ci siamo chiesti come si potesse fare a meno di vedere tutti quei treni che finivano ad Auschwitz, macinando chilometri e chilometri attraverso tutti quei laboriosi e ciechi villaggi.
Se oggi ci si vergogna delle leggi razziali (a Milano di recente, su lodevole e commossa iniziativa del nostro Ordine è stata messa a Palazzo di Giustizia una targa a ricordo dei 106 colleghi ebrei emarginati ed esclusi dalla professione) adesso abbiamo sentenze, come quella commentata nel libro, e dunque accertamento dei fatti e responsabilità degli stessi.
Soprattutto abbiamo, dal 1948 in Italia e nel mondo, norme che all’epoca non c’erano: in gennaio, in Italia, la Costituzione e poi, a dicembre, la Dichiarazione dei diritti umani e poi via via negli anni, e decenni successivi, le Convenzioni, le Risoluzioni, le Raccomandazioni europee e internazionali.
“Non è differenza da poco. E dunque tu sai chi sei ? Conosciamo noi stessi ?” sono i pensieri che mi attraversano mentre, tra la sorpresa e la frescura dei boschi del Taigeto, scendiamo da Sparta a Kalamata.
Forse non è stata una buona idea volersi fermare per un caffè nell’unico chiosco aperto, a quota 1200, lungo il percorso.
Sul tavolo si agita aperto un giornale: ci sono foto di sbarchi a Samos e di trasferimenti a Kos.
Pic.: Johannes Plenio da Pixabay
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