La letteratura dei giudici

La letteratura dei giudici

di Enzo Varricchio

Nel panorama editoriale di un Paese come l’Italia in cui il numero dei lettori diminuisce (6 italiani su 10 non hanno letto nemmeno un libro nel 2018, a fronte del siderale 90% di lettori svedesi – dati AIE), mentre aumenta il numero di scrittori, un posto a parte lo meritano i magistrati-letterati, schiera ormai ben posizionata mediaticamente e nelle classifiche di vendita. Singolare il caso della Puglia, ove sta assurgendo al rango di vera e propria scuola.

Caringella, Oliveri del Castillo, Scelsi, De Giovanni, Mattencini, D’Ambrosio, De Cataldo, Giulio Donegani (pseudonimo), sono “penne togate” pugliesi molto apprezzate dal grande pubblico, spuntate poco dopo il “miracolo editoriale Carofiglio”.
Il fenomeno tuttavia va oltre i confini nazionali. C’è persino l’Unione Europea dei Giudici Scrittori (EUGIUS), con sede in Roma e con lo scopo di associare i giudici-scrittori d’Europa al fine di diffondere “un messaggio universale di giustizia e arte nel presupposto che ciò che è bello è anche buono e giusto”. Propala le tesi del “giudice creativo” e del “diritto libero”.

Trattasi di giudici scrittori o di scrittori giudici?

Queste ibridazioni di solito annacquano i pregi ed esaltano i limiti. Meglio diremmo “giudici e scrittori”, due lavori diversi e compatibili, anche perché quasi mai lo scrittore nasce tale per professione.
Vien da chiedersi tuttavia se esiste una particolare inclinazione dei magistrati a fare anche i letterati.
La capacità di scrivere bene, quantomeno in modo chiaro e comprensibile, dovrebbe essere connaturata al lavoro del magistrato: una sentenza scritta male è una sentenza incerta e appellabile, se non ingiusta. Tuttavia, considerato che a Milano esiste l’associazione-blog Fronte Verso che “traduce” i provvedimenti dei giudici in un italiano comprensibile a tutti, s’intende che il bello scrivere non sempre caratterizza il loro operato.
La familiarità col genere giallo o legal thriller per chi frequenta le aule dei processi penali è senz’altro un vantaggio ma lo stesso vale per poliziotti, avvocati e cancellieri, e poi grandi autori di questo genere, come Simenon e Camilleri, non erano affatto operatori forensi.
Più pertinente all’ambito letterario è l’abitudine del giudice a ricostruire la trama del processo, a scandagliare l’animo umano, a cercare la verità oltre le apparenze.
A ogni buon conto, non è facile capire perché questa categoria professionale dovrebbe essere più vocata o favorita in letteratura.
Christine Von Borries, pubblica ministera e scrittrice, ha rivelato che “Con la scrittura puoi creare e immaginare tutti quei mondi che hai solo sfiorato e rispondere a tutti gli interrogativi che ti poni ogni giorno. Entri finalmente dentro alla testa delle persone e ne descrivi le sensazioni e le motivazioni, oltre ai delitti e alle azioni commesse. Hai anche il vantaggio di poter raccontare indagini, sviluppi e colpi di scena e una conclusione spesso più soddisfacenti di quella a cui ti conducono le indagini reali”.
Ma questa è solo una delle varie spiegazioni della passione dei giudici per la letteratura, non credo la principale.

I magistrati raccontano perché narrare rende liberi.

La verosimiglianza del romanzo permette loro di assumere vesti e ruoli inconcepibili nella vita reale, di condurre un’esistenza parallela scapigliata e romantica, di frequentare i personaggi e le psicologie più improbabili sperimentando ipotesi e sconfitte senza paura di sbagliare, oppure semplicemente di lasciarsi andare alla propria natura, tutte cose loro precluse nella realtà soprattutto dopo gli scandali per corruzione e in seno allo stesso CSM.
In piena enfasi moralizzatrice, ai giudici è richiesto non solo di essere ma anche di apparire imparziali e incorruttibili dinanzi all’opinione pubblica; quindi niente più auto sfavillanti, amicizie potenti, incarichi prestigiosi. Forse molta, molta più ipocrisia…

Il lavoro di giudice fatto in modo serio e discreto, lontano dai riflettori della cronaca, il lavoro che la stragrande maggioranza dei magistrati svolge, è un lavoro prestigioso e ben remunerato ma solitario e fortemente limitativo della libertà.

E allora che c’è di meglio di una fuga senza guardie del corpo nelle vaste praterie del racconto, di un tuffo senza toga nel magma creativo della narrazione?

Invero, la domanda giusta non è “Perché tanti giudici fanno gli scrittori?”, quanto “Che letteratura producono?”.
Per il momento non si segnalano capolavori assoluti.

Forse, quando fanno gli scrittori, dovrebbero uscire del tutto dal mondo della giustizia, anziché continuare a ristagnarci.

Dello stesso Autore su Ora Legale News

https://www.oralegalenews.it/?s=Enzo+Varricchio

Siti citati nell’articolo:

http://www.antiarte.it/eugius/index.htm

http://www.fronteverso.it

Bibliografia minima: Il tocco e la penna (ovvero dei giudici scrittori, edito da Sapere 2000 – Roma 2004) con presentazione del giudice Enrico Monti e prefazione “Giustizia e letteratura” del giudice scrittore tedesco Herbert  Rosendorfer

PH credit: Manu Invisible & Frode, Dura lex, sed lex, Milano 2014

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