essere avvocati #12

Essere Avvocati #12

di Anna Losurdo

“Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia ed a tutela dell’assistito nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento

Con questo impegno solenne, si entra ufficialmente in Avvocatura.
Espressione che indica sia la libera professione dell’avvocato, sia la funzione da questi svolta, sia l’organizzazione degli avvocati in istituzioni.
Gli iscritti negli albi degli avvocati, quindi, costituiscono l’ordine forense, che si articola negli ordini circondariali e nel CNF (art 24 L. 247/2012).
Basta per “essere avvocati“?

Provo a tratteggiare alcune riflessioni, cercando di non indulgere in aspetti retorici, ai quali può essere facile ricorrere tra funzione sociale dell’Avvocato e alto ruolo della difesa (e del diritto di difesa) riconosciuto dalla Costituzione. Aspetti che qui do per scontati, perché costituiscono (o almeno, dovrebbero) il background culturale di ogni Avvocata/o.
E senza alcuna pretesa di poter qui esaurire l’argomento.

Quanto ci ricordiamo di quel doppio impegno, durante le nostre faticose e affannate giornate, tra studio e palazzi di giustizia?
Quanto sono presenti i fini della giustizia e la tutela dell’assistito nella nostra frequentazione quotidiana con i clienti e nella interlocuzione con i Colleghi e i Magistrati?
E infine, cosa resta di quegli ideali così alti nel dialogo sempre complesso con la politica e con i politici, ai quali incessantemente forniamo richieste per il migliore funzionamento dei processi, per la tutela di vecchi e nuovi diritti e per il rispetto e la tutela (della dignità anche economica) del nostro lavoro?

Certo non è facile averli in mente e declinarli incessantemente, mentre si lavora in condizioni che sempre più spesso nulla hanno di alto.
Ed è altrettanto immane lo sforzo nel dialogo con rappresentanti politici che, nel susseguirsi di governi di tutti i colori, sembrano costringerci in quelle che ai cittadini e alle cittadine appaiono come mere rivendicazioni di categoria, dettate dal perseguimento di meri interessi di “casta”.
Una politica che spesso sembra ignorare del tutto il nostro ruolo e la nostra funzione; ovvero che ne è tanto consapevole dal volerli annientare. E che spesso dimentica che anche il lavoro degli Avvocati (come quello di tutti i liberi professionisti) è tutelato dalla Costituzione e deve essere remunerato in misura equa e dignitosa.

E anche noi ci mettiamo del nostro, se vogliamo dirla tutta ed essere onesti prima di tutto con noi stessi.
Nessun’altra categoria professionale ha un tasso di conflittualità interno lontanamente paragonabile al nostro.
Certo, la primazia della nostra professione e il nostro essere compartecipi della giurisdizione giocano un ruolo fondamentale.

Ormai da oltre un lustro ci arrovelliamo alla ricerca di una unicità di voci, di intenti, di interessi, che è un ossimoro. Ci affanniamo nel circoscrivere ambiti di operatività delle nostre istituzioni, spesso commettendo gli stessi errori che vengono perpetuati in ambito politico. Ci siamo inventati anche un ambito, definito politica forense, che vede un certo numero di noi impegnati in qualcosa che non si comprende bene cosa sia: forse un sottoinsieme della politica?

Siamo un corpo sociale, è vero, ma nessuna professione è composta da persone più individualiste di noi. E le profonde differenze di organizzazione e di dimensione dei nostri studi, di reddito e di formazione impattano in maniera determinante sulle rivendicazioni e sulle priorità.
La crisi economica e le terapie governative che hanno massacrato il ceto medio hanno intaccato inesorabilmente il sentimento di “appartenenza” e molti di noi non si riconoscono più.
La nostra è la più libera delle professioni e invece spesso ci facciamo ingabbiare in un gioco al ribasso che dovremmo saper rifiutare a priori.

Nel frattempo, Avvocate e Avvocati vengono sempre più spesso aggrediti da persone vittime del processo di identificazione con il loro nemico (la controparte) o che patiscono il senso di inadeguatezza della riposta di giustizia attesa.
Aumentano le dichiarazioni di esponenti politici che vedono negli Avvocati una inutile complicazione nei processi, dei quali dimostrano di avere una idea a dir poco distorta.
E anche alcuni esponenti della magistratura non fanno mancare di tanto in tanto interventi poco edificanti.
Tutti costoro, in fondo, fanno pagare a noi avvocati il prezzo del fallimento dello Stato nel gestire il sistema giustizia.

In questo contesto non è certo facile né semplice spiegare ai nostri concittadini cosa significhi essere Avvocati e in cosa consista fare gli Avvocati: maneggiare diritti e delitti, verità processuale e verità storica, drammi personali e vite delle persone.
Ma solo ripartendo dalla fedeltà a quel patto che abbiamo sottoscritto al nostro ingresso usciremo dall’angusto ambito di rivendicazioni nel quale la cattiva politica ci ha sospinti.

Cominciamo a imporre le nostre regole alla comunicazione mass mediatica e a sottrarci al confronto quando quelle regole non sono rispettate.
In tal modo riusciremo anche ad evitare le trappole nelle quali anche taluni di noi talvolta inciampano.
È solo cosi che riguadagneremo l’autorevolezza del nostro ruolo (quello sì) sociale.

In questo numero sono presenti preziose testimonianze di Colleghe e Colleghi. Molti spunti di riflessione costituiscono un contributo importante alla riflessione collettiva e offrono a tutti, avvocati e non, prospettive per recuperare il senso di ciò che siamo e di ciò che facciamo.

Photo credit: BlurringBoundaries

delle stessa Autrice, su Ora Legale News:
www.oralegalenews.it/etica-pubblica-e-avvocatura

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