fuggire dal liberismo

Fuggire dal liberismo

di Sergio D’Angelo (Sociologo del lavoro – Presidente di AIF- Associazione Italiana Formatori – Puglia)

Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto per vivere felici di non pensarci (Blaise Pascal).

La nostra è considerata la società del progresso.
Qualche indesiderato effetto collaterale, ancorché ritenuto trascurabile, è giustificato dalla crescita dell’economia.
Siamo convinti, in fondo, che non sia possibile realizzare una società migliore di quella in cui viviamo.
Annunciamo, compiaciuti, che le ideologie sono morte.
Anzi, proclamiamo che a questo stato di cose non esistono alternative: inutile e dannoso sarebbe cercarle.

Tuttavia, costruiamo le nostre esistenze in condizioni d’incertezza schiacciante.
Competizione, ricerca affannosa di business, individualismo sono i fondamenti di queste improbabili costruzioni.
E il denaro. Soprattutto il denaro, unico strumento che ci fa sentire liberi nella società dei consumi.
Gli esclusi dal gioco, ovviamente per la loro indolenza e infingardaggine, sono un inutile peso.
Non producono, non sono necessari come lavoratori.
Peggio: non consumano. Insomma dei paria.

Nella prospera Europa i senza tetto sono più di 4 milioni (media annua), i disoccupati diciassette milioni e centododici milioni vivono al di sotto della soglia di povertà. In Italia i senza lavoro sono tre milioni, i poveri (povertà relativa) nove milioni, altrettanti sono i lavoratori flessibili, cioè precari.
Trecentocinquantotto individui miliardari possiedono il 45 per cento della ricchezza mondiale, equivalente al reddito complessivo di due miliardi e trecento milioni di persone più povere.

Si potrebbe ritenere che progresso e sviluppo economico degli ultimi due secoli abbiano ridotto il divario delle disuguaglianze globali e nazionali. Assolutamente falso.
Nel Settecento il reddito dell’Occidente europeo era solo il 30 per cento in più di quello di India, Africa, e Cina.
Alla fine dell’Ottocento la differenza aumentava del 110 per cento.
Negli ultimi venti anni del Novecento le disuguaglianze di reddito sono cresciute con un’accelerazione senza precedenti: nel 1960 il quinto più ricco della popolazione mondiale si divideva il 70,2 per cento della ricchezza, al quinto più povero toccava il 2,3 per cento.
Nel 2000 il quinto dei più ricchi si appropriava dell’86 per cento del reddito, al quinto più povero rimaneva l’1 per cento.
Per fame oggi nel mondo muore un bambino ogni tre secondi.

Questi dati non sono una novità, vengono regolarmente pubblicati dai maggiori istituti di ricerca.
Forse la novità è che abbiamo cessato di mettere in discussione questa società.
Volgiamo lo sguardo altrove, la paura della povertà disciplina le nostre coscienze.
Abbiamo cancellato dai nostri orizzonti la possibilità d’una qualsiasi alternativa.
Nonostante che, perfino un’analisi di poche cifre, ci riveli l’infondatezza dei postulati su cui si regge l’ideologia neoliberale, siamo incapaci di costruire un pensiero critico.

Afferma Pierre Bourdieu che per progettare il futuro occorre far presa sul presente.
E noi, cittadini della ricca Europa, viviamo il nostro presente in condizioni di estrema incertezza.
E’ arduo progettare il futuro, costruire alternative o soltanto trasformare le sofferenze private in azioni collettive, quando dominano le incertezze del lavoro, del salario, dei diritti, dei legami sentimentali, delle identità.
Ci sentiamo soli, incapaci di controllare il nostro destino.
Rinunciamo a trasformare il presente collettivamente.
Allora, tentiamo soluzioni individuali, che però s’infrangono miseramente contro il muro delle contraddizioni sociali.

Occorre imboccare vie di fuga. Soprattutto collettive.
Lo spazio pubblico è sempre più desolatamente vuoto.
Eppure, tracce di resistenza s’intravedono.
Frammenti, spezzoni di società, sarebbe meglio dire di soggetti che con ragione e passione vogliono praticare, qui e ora, rapporti sociali solidali e cooperativi.
E’ un esordio, forse un punto di rottura nella fitta rete del neoliberalismo dominante.

PIC.: lannyboy89 da Pixabay

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