Gioventù bruciata
di Piero Buscicchio (Psicologo e psicoterapeuta in Bari – Uomini in Gioco/Maschile plurale)
Di cosa parliamo quando parliamo di violenza?
Di ogni forma di violazione del volere altrui, dicono i dizionari. Quindi, anche lo Stato mi violenta quando mi obbliga a pagare tasse che non voglio pagare? Siamo tutti vittime di una violenza istituzionale?
Il paradosso ci aiuta a stare attenti, a definire bene ciò di cui stiamo parlando, a non dare per scontato che, usando un determinato termine, tutti intendiamo la stessa cosa. Forse ci aiuta anche a tenere a mente che una certa quota di violenza è insita nel patto di convivenza che permette la sopravvivenza di una tribù, di una comunità, di uno Stato e, nel mondo globalizzato, del pianeta Terra, nella sua attuale espressione.
Una quindicenne sta allertando l’umanità sul futuro del pianeta più di tante conferenze di eminenti scienziati e politici. Non è quella di Greta una protesta contro la violenza istituzionale di chi, da posizioni di potere, sembra sottovalutare, minimizzare, giustificare tutto ciò che sta mettendo a rischio la vita sul pianeta? E non si deve essere anche “violenti” per contrastare la violenza delle istituzioni? Non si deve provare a violare la volontà dei potenti quando è una volontà al servizio del potere e non della vita?
Forse, allora, è qui il discrimine tra forme di violenza necessaria e forme di violenza inaccettabile.
La violenza dei ragazzi di Manduria, la violenza delle guardie penitenziarie che massacrano di botte un detenuto, quel gruppo di ragazzi che picchiano l’autista, quegli altri che bruciano il loro stesso territorio attraversati dalla pulsione erostratica, sono tutte forme di violenza mortifera.
Per fare ora un triplo salto carpiato, in natura il predatore che azzanna la sua preda e la divora, agisce per la propria sopravvivenza.
Ma nel nostro universo simbolico, quale bisogno vitale mi spinge a picchiare, fino a farlo morire, un giovane tossicodipendente? a riempire di botte un autista di pullman che mi sta invitando a un comportamento civile, a vessare per anni una persona disabile e pacifica? Volutamente, credo, sto cercando di confondere le acque evitando facili manicheismi, per provare a dire che la violenza è un fenomeno complesso, con una quota di mistero e, forse, una quota di ineluttabilità. E che il tempo nel quale il lupo dormirà con l’agnello è un tempo che non si intravede in nessuno degli orizzonti simbolici della contemporaneità.
Shakespeare scrisse “Vorrei che non ci fosse età di mezzo tra i 10 e 23 anni o che l’umanità dormisse in questo intervallo, perché non vi è nulla in cotesto tempo se non ingravidare ragazze, vilipendere gli anziani, rubare e darsi legnate”.
Poiché questo non è possibile, e sembra che si faccia sempre più fatica ad arginare il fenomeno della violenza negli adolescenti, di una parte degli adolescenti, proviamo intanto a capire veramente di cosa parliamo quando parliamo di violenza e, soprattutto, a usare le nostre conoscenze per cambiare le cose.
Perché la violenza ha bisogno di essere capita e trasformata, non solo arginata e, non credo che saranno le stanze della rabbia made in Japan, l’antidoto culturale di maggiore efficacia. L’esperienza dello spaccare tutto nelle rage rooms descritte in un recente reportage per Robinson di Repubblica da Stefano Massini, è un’esperienza solitaria, intrapsichica.
La trasformazione, l’elaborazione simbolica ha bisogno della relazione con l’altro.
Da psicoterapeuta credo che, per fare un esempio recente, i componenti della baby gang di Manduria abbiano qualcosa da dirci sulla violenza, qualcosa che loro stessi non sanno ma agiscono, e che abbiano bisogno di ascolto (oltre che di una punizione), non per pietismo, buonismo o volontà di comprensione a tutti i costi. Questi ragazzi sono i maestri inconsapevoli delle storture della contemporaneità, carnefici anche di se stessi.
Servirebbe entrare nelle pieghe più intime, ma anche in quelle apparentemente insignificanti della loro quotidianità, per capire quale eccesso di zuccheri e grassi ha nutrito la loro violenza, quale carenza di vitamine culturali ha prodotto la cecità dei loro neuroni specchio, quali correzioni dobbiamo apportare alla loro (e alla nostra) dieta.
Un celebre neuroscienziato, Panksepp, cita una ricerca nella quale animali stuzzicati con piccole dosi di cibo, che li mantengono in un prolungato stato di frustrazione da fame, sono più facilmente soggetti ad attacchi di collera. Mi sembra una buona metafora per dire dello scarto tra la sfavillante realtà propinata da media e social sul magico mondo di chi ha successo, e la realtà anomica della stragrande maggioranza degli adolescenti, ai quali non è stata insegnata, in relazioni significative e durature, la bellezza della vita.
E se il testosterone c’entra come sembra dimostrare la singolare ricerca (che qui sarebbe difficile sintetizzare), di un altro neuroscienziato, Mc Andrews, occorre ricordare sempre che tra psicobiologico e comportamentale la mediazione di un sistema culturale ed educativo fa la differenza, fra un adolescente che entra in una baby gang per essere qualcuno ed un altro che, sempre per lo stesso motivo, si appassiona alla vita.
Le passioni tristi non sono ineluttabili.
Le parole sono non solo importanti, sono essenziali, dice un mio amico antropologo. Perché non si limitano a descrivere la realtà, contribuiscono a costruirla. E’ per questo che quando leggo ad esempio che una baby gang agisce per noia, perché non sa cosa fare il sabato sera, rabbrividisco per la sciatta impresa di costruire improbabili nessi causa-effetto, che hanno il grave effetto collaterale di acquietare i nostri sacrosanti turbamenti di fronte ai tanti episodi di violenza messi in atto, ad esempio da gruppi di ragazzi appartenenti a famiglie “normali” e tranquille. Nella mia ottica è molto meglio restare turbati e inquieti e continuare a pensare, piuttosto che costruire falsi nessi.
Ph: Wokandapix da Pixabay
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