La saga della canapa
di Francesco Mirizzi (Senior Policy Advisor, Associazione Europea della Canapa Industriale)
La saga della canapa industriale prende una direzione tutta particolare in questo 2020.
A inizio luglio, poco prima della chiusura del Parlamento e della pausa estiva, la Commissione Europea ha infatti deciso di emettere un parere preliminare, condiviso solo con alcuni operatori del settore:
gli estratti naturali da fiore di canapa e il CBD derivante dalla pianta, sono da considerarsi come narcotici e non più come alimenti, in base a una lettura tutta particolare e per lo meno dubbia della Convenzione di New York.
Stesso approccio non vale però per il CBD prodotto in laboratorio tramite processi chimici industriali.
Senza entrare nel merito di quali operatori beneficerebbero di tale classificazione, per non rischiare di dare una visione della faccenda che farebbe un baffo agli scenaristi di House of Cards, basta limitarsi ad analizzare alcuni elementi per capire che si tratta di un’aberrazione.
In primo luogo, la Convenzione sopracitata risale al 1961, anno in cui le molecole di THC e CBD erano conosciute solo marginalmente.
Solo nel 2019 l’OMS ha ufficialmente richiesto alle Nazioni Unite di escludere il CBD dall’applicazione del trattato.
Peraltro, il trattato fa espressamente riferimento alle varietà di cannabis coltivate per la produzione di narcotici e non a quelle coltivate per fini industriali (con una quantità di THC inferiore allo 0,2%/1%).
In secondo luogo, l’interpretazione della Commissione è di segno opposto all’opinione dell’Avvocato Generale Tanchev che definisce contraria al diritto comunitario una normativa nazionale che vieti l’importazione di olio di CBD qualora esso sia estratto dall’intera pianta di canapa, e in particolare dalle foglie e dai fiori della stessa.
L’opinione di Tanchev non fa che confermare ciò che la scienza già sapeva: che il CBD non ha alcun effetto psicotropo, dunque non è da considerarsi come droga.
Insomma, la Commissione decide a metà estate di cambiare le carte in tavola.
Il risultato di tale interpretazione, se confermata, sarebbe devastante per il settore che si vedrebbe privato della prima fonte di reddito della pianta: infatti, la fibra e il canapulo sono poco redditizi rispetto agli estratti.
La filiera sparirebbe quasi certamente. E con essa le speranze degli agricoltori di ottenere un reddito aggiuntivo da una coltura intermedia facile da gestire, che necessita di pochissimi trattamenti e che si sposa perfettamente con i principi di sostenibilità enunciati dal Green Deal.
Invece, il CBD rimarrebbe comunque sul mercato, ma prodotto in laboratorio o nei campi di qualche grande compagnia in grado di permettersi le licenze per maneggiare un narcotico.
È forse tempo che si faccia un po’ di chiarezza e che il dibattito diventi trasparente e sottoposto al vaglio democratico.
La politica ha troppi scheletri nell’armadio per ipotecare il futuro di un intero settore agricolo.
Il comunicato stampa di EIHA
https://www.oralegalenews.it/wp-content/uploads/2020/07/PR_HempExtract_Narcotic_IT.pdf
Image credit: Jacques Henri Lartigue
https://www.lartigue.org/wp-content/uploads/2016/05/1980-005-LRT35117ZZ-663×980.jpg
https://www.oralegalenews.it/wp-content/uploads/2020/07/VIDEO-2020-09-11-08-14-53.mp4
di Francesco Mirizzi, su Ora Legale News:
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