maschile plurale

Maschile plurale

di Pietro Buscicchio (Psicologo e psicoterapeuta)

Un gruppo di soli uomini, “uomini in gioco” (di Bari e dintorni), nodo territoriale della rete nazionale “Maschile/Plurale”, si incontra da anni, per parlare e mettere in discussione il modello patriarcale, la propria espressione dell’identità di genere, per fornire contributi che possano aiutare a capire ed arginare fenomeni quali quello della violenza maschile nei confronti delle donne.

Parafrasando Woody Allen cominciamo col dire che il patriarcato (il modello culturale patriarcale) non è morto, ma noi non stiamo tanto bene. Dico noi dicendo di un gruppo di uomini (in gioco), di Bari e dintorni, che da anni si incontra, con la regolarità permessa dalle incombenze della vita, per provare a permettersi di analizzare, decostruire, ridefinire, la propria appartenenza al genere maschile.

Maschile/Plurale è la rete nazionale di riferimento, esistente dal 2007, nella quale confluiscono le molte realtà territoriali e, tra le altre, Uomini in Gioco/Bari.

L’intento, forse anche il desiderio, è quello di incontrarsi tra uomini per non parlare solo di calcio e politica (e donne).
Una specie di spogliatoio maschile dell’intimità psicosociale che non facilmente gli uomini si concedono.

Decostruzione, parola chiave del femminismo, applicata all’identità maschile.
Critica del modello culturale patriarcale da parte dei “beneficiari”, per cominciare a dirci che a volte vincendo si perde, che questo raptus egemonico a corrente continua, questa specie di frenesia del predatore, quest’uomo che non deve chiedere mai, forse sta diventando una caricatura grottesca dicosa realmente sia un essere umano.

I nostri Ricordi, sogni, riflessioni (Jung docet), girano intorno a questo tema chiave, l’identità di genere maschile nelle sue diverse declinazioni, a partire dalle nostre esperienze di vita, i dolori che aiutano a crescere, le sconfitte generative, la ricerca di senso rispetto a eventi cardine delle nostre esistenze.
Cominciare una relazione, eventualmente diventare genitori, a volte separarsi, ritrovare una fiducia interna nella possibilità di nuove relazioni, anche quando l’antica ferita non si è del tutto dissolta (perché le ferite profonde sempre hanno qualcosa da dirci ancora).

Ultimo arrivato in questo gruppo di uomini in gioco, in quanto psicologo e abbastanza abituato alle confessioni intime, al rapporto con le emozioni, al disvelamento, ho trovato, senza neanche cercare, in questo gruppo, frammenti di Sé, ricordi confusi di quella volta che…
Sono riemerse tracce di insospettato ed inconfessato maschilismo, che costa fatica ammettere a se stessi, e forse si fa prima ad ammetterlo agli altri, se gli altri sono lì per lo stesso motivo tuo; a partire da sé quindi, come recita un classico slogan femminista.
Naturalmente cercando di evitare lo scimmiottamento delle pratiche femministe, se non altro per motivi evidenti.

La storia scritta dal modello culturale dominante, da circa cinquemila (5.000) anni, è una storia che ha oppresso e relegato in ambiti ben circoscritti, il femminile.

A partire da miti fondativi (ad esempio il babilonese Marduk che distrugge Tiamat, il dragone femminile simbolo del caos creatore), il patriarcato ha quasi incessantemente lavorato alla costruzione di una pretesa superiorità intellettuale e morale dell’uomo rispetto alla donna, costruendo argini di difesa dal pericolo muliebre (a partire dalla narrazione biblica della debolezza morale di Eva tentatrice, archetipo mai scardinato).

Cinquemila anni di oppressione non si cancellano con un colpo di spugna, né per le oppresse né per gli oppressori, come evidenziano a volte anche alcune sentenze dei tribunali, come quella sul rapporto impossibile tra jeans e stupro “è illogico affermare che una ragazza possa subire uno stupro, che è una grave offesa alla persona, nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla propria incolumità fisica” (sentenza numero 1636 della Cassazione).

Il sentire ed il pensare dei vecchi vincitori non può mai essere sovrapponibile a quello di chi ha appena cominciato a ribellarsi, con la veemenza di chi è stata troppo a lungo rinchiusa in gabbie culturali con serrature a tripla mandata (mitica, religiosa, filosofica).

E se, in un senso specifico, si può essere d’accordo con l’affermazione di Chimamanda Ngozi Adichie, “We should all be feminists”, in un altro senso, crediamo che noi uomini abbiamo bisogno di trovare le nostre vie d’uscita dalle gabbie nelle quali siamo imprigionati (abbiamo mai pensato a quanto ci condiziona quel claudicante archetipo dell’uomo che non deve chiedere?).

Questo discorso ci porta a parlare di un tema, quello della violenza di genere (che andrebbe sempre specificata nella sua declinazione di violenza maschile nei confronti delle donne), sul quale, sia a livello di rete nazionale sia nel nostro territorio, tanto è stato già fatto (incontri disensibilizzazione, interventi nelle scuole, collaborazione con i centri antiviolenza, partecipazione a progetti di contrasto alla violenza di genere, costituzione in alcuni luoghi di centri di ascolto per uomini con un problema di violenza), ma moltissimo è ancora da fare, come dimostra da solo il gelido dato statistico di una donna uccisa ogni 72 ore, in Italia.

Alcuni dicono che questa “sommergenza” (copyright Rosy Paparella) continua, rappresenta il colpo di coda del patriarcato, la balena morente che ciecamente colpisce con la furia derivante dalla consapevolezza che il proprio tempo sta per finire. Io personalmente non sono sicuro di poter aderire a questa immagine e metafora del fenomeno.

Come sembrerebbe anche solo a voler lanciare uno sguardo distratto all’agone politico, ci sono spazi che un modello muscolare, machista, reazionario (vedi DdL Pillon) più o meno strumentalmente paranoico, sta velocemente riconquistando.
Ma questo è (forse) un altro discorso

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