Anche il tempo muore di Alzheimer
di Massimo Corrado Di Florio
Il tempo che passa non è come uno spettatore che va accontentato per forza. E non lo si deve fare in nessun teatro immaginario.
Siamo tutti nel medesimo narrato reale. Tutti attori ma senza un copione da imparare a memoria. Talvolta facciamo finta di scordarcene. E lo si fa per una semplice esigenza: sopravvivere è istintivo. Chiunque si sofferma anzitempo a rifletterci su, anche per un solo istante, consuma il più rapidamente possibile il tempo a disposizione.
Ma, qual è il tempo a disposizione? E qual è la misura cui potersi ispirare per tentare di trovare un qualunque orientamento possibile? Sarà forse il tempo entro cui occorre fare qualcosa? Fare per forza qualcosa, intendo.
Non lo credo possibile e piuttosto credo che ogni forzatura finisca col far degradare ogni sforzo accelerativo verso una sub specie di recita del sé. Altra ipotesi di istintiva forma di sopravvivenza. Probabilmente allora l’unico punto fermo è il tempo che è stato. Fine. Ossimoricamente fine.
Quando ero giovane, si dirà. Quando ero giovane, dico. Pessima scelta, ovviamente, non dirlo mai, non foss’altro per il fatto che, non dicendolo, si è è già negata l’esistenza stessa di ciò che è stato. Essere giovani, esserlo stati.
Ora, non scomoderò affatto il pensiero di chi sostiene che si inizia a morire non appena venuti al mondo. Non lo faccio perché è una faccenda talmente vecchia che non merita più alcuna attenzione. Almeno da parte mia. Suggestivo pensare ad una faccenda vecchia annodata ad un evento nascita. Ossimori a profusione. Sarà il tempo che passa.
Provate voi a stare vicino a chi, perfino fin troppo giovane, nemmeno si accorge più del tempo che passa. Mia mamma era diventata così. Un’altra cosa cioè. Si consuma quel tempo del tutto deprivato di qualunque dimensione temporale. Un non-tempo, per l’appunto. Conosco altre mamme che si consumano piano in un tempo già completamente finito. Sì, proprio quel tempo a disposizione di cui ho detto prima. Conosco padri in quella forma di a-dimensione. Storture accidentali dite? Sarà…. Son storture annientanti.
L’anticamera del limbo o, molto più probabilmente, il limbo di chi osserva un tempo altrui che muore di Alzheimer. E parlo di un osservatore che non desidera essere affatto privilegiato.
Quindi? Si resta giovani se la dimensione del tempo non ci appartiene più? Mi pare una specie di cartone animato in cui non si ha nemmeno la libertà di scegliere se entrarci o meno. Il guaio è che questo male del secolo è l’emblema stesso della privazione della libertà di scelta. Anche quella di esser giovani.
E’ un tempo che, quando arriva, arriva. Si dirà: “ma così è troppo presto, però”. Lo so, forse avremo di che lamentarci in futuro. Il nostro, ovvio. Quello degli altri, di quelli non più liberi di decidere se ricordare di essere stati giovani, è terminato. Mi ripeterò. Anche il tempo, perciò, muore di Alzheimer.
Come scrive Cesare Pavese, “perdono tutti e a tutti chiedo perdono”. Sarebbe bello se lo potesse dire il tempo. Ma, quale? Quello che che sta per arrivare o quello che è passato? Inutili dilemmi. Per il momento, ho termini che scadono. Le difese finali se ne fottono. Perfino di Cesare Pavese che ci ha lasciato a 41 anni compiuti. Anzitempo, per non dire giovane.
PH: Massimo Corrado Di Florio, pc, 2019
Dello stesso autore: https://www.oralegalenews.it/topics/anti-stigma/4662/2019/
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