Arti e processo

Arti e processo

di Roberto Oliveri del Castillo (Consigliere della Corte d’Appello di Bari)

Il rapporto tra società e arte è strettissimo da sempre, ed ha accompagnato l’uomo in ogni epoca della sua storia, fin dai graffiti di epoca preistorica, che tanto “parlavano” della società di cui erano espressione.
Aristotele, nella Politica, parla di arte come imitazione e come forma di conoscenza superiore alla storia e di funzione “catartica” della tragedia, mentre di Platone sappiamo che non ne aveva un concetto positivo, perché riteneva che fosse “imitazione della realtà sensibile, a sua volta imitazione del mondo delle idee” e quindi era una rappresentazione due volte deformante della realtà ideale.
Hegel, invece, affermava che “ogni epoca ha le sue arti egemoni, ovvero quelle che esprimono meglio il suo spirito e che hanno più cose da dire”.
Anche Umberto Eco ha argutamente evidenziato che ogni quadro, ogni scultura, ogni smorfia di un attore di teatro “sussurrano alle orecchie dello spettatore qualcosa sulla loro epoca”.

Si può così affermare che ogni epoca ha la sua forma artistica che meglio ne rappresenta l’essenza e ne costituisce lo specchio, con le sue problematiche, i suoi contrasti, le sue crisi, le sue idealità, positive e negative.
Se ad esempio il melodramma ha espresso in pieno il periodo che va dalla fine del 1700 al primo novecento, rappresentando il secolo lungo iniziato con la rivoluzione francese, e giunto alle soglie del primo conflitto mondiale, allora possiamo dire che per il secolo iniziato con il primo dopoguerra e che giunge alla contemporaneità, la forma di arte che meglio la rappresenta è senz’altro il cinema, con i suoi conflitti, le sue passioni, i suoi slanci ideali, e i suoi drammi.

E che dire delle trasposizioni cinematografiche delle grandi opere del ‘900 incentrate sul rapporto tra uomo e legge, come la celebre parabola kafkiana sulla necessità della legge (la porta chiusa, spesso per molti, a volte troppi cittadini), sulla sua destinazione, sulla sua forma e interpretazione; parabola nella quale Kafka riprende, riscrivendola, una tradizione secolare che risale a Origene.

E sempre Kafka, nel suo “Il processo”, ci mostra i gangli diabolici del meccanismo nel quale il Signor K esprime plasticamente l’immagine, insieme kafkiana e cinematografica, del titolo: la legge, e il processo che la vuole rappresentare, come schermo fatto di meccanismi stritolanti.
La rappresentazione che ne dà Orson Welles nel 1962, con Anthony Perkins nel ruolo del Signor K, è esemplare dell’universo ossessivo kafkiano, tra straniamento e rabbia, con sullo sfondo le macerie anche fisiche del troppo recente conflitto mondiale a fare da palcoscenico ideale della distruzione interiore del protagonista.
Non a caso il film è preceduto dalla parabola della Porta della Legge, come oggetto di una veduta (e di un’esposizione) frontale, di una visione collettiva, di una percezione di stritolamento che poi ha sua compiuta espressione nel successivo dipanarsi del Processo.

Ma un’altra opera fortemente agganciata a questa è “La colonia penale“, dove lo stritolamento si sgancia dal piano interiore e psicologico per approdare a quello crudamente fisico, con l’erpice che diventa protagonista del destino degli uomini che ne vengono a contatto, anche quelli che inizialmente rivestono il ruolo di carnefici, e che trova la sua dimensione cinematografica in un bel film italiano del 1988 (“Kafka la colonia penale”, di Giuliano Betti).
In un percorso ideale su cinema e processo, entrambi meritano di essere citati e considerati nelle prime posizioni, per chiunque voglia approfondire il tema.

Tra questi sguardi inusitati, la letteratura e il cinema, entrambi discorsi pubblici, occupano un posto privilegiato.

Nel caso della letteratura, pressoché da sempre.
Ecco, pensare il diritto e il suo limite, non significa soltanto mettere in questione la pretesa del diritto di giuridificare ogni ambito della vita, significa anche pensare il diritto a partire da ciò che non ricade entro i suoi confini, da ciò che eccede i suoi rassicuranti perimetri disciplinari, e attingere a una molteplicità di fonti, di spunti, di angoli visuali.

Siamo di fronte ad una forma di specchio della società dove il diritto e il processo che ne è rappresentazione scenica, oseremmo dire “teatralizzazione”, diventa proscenio doppio, con attori ben definiti che “recitano” un ruolo che il procedimento assegna loro al fine della definizione di una controversia.
Ecco allora che quando diritto, processo e cinema si incontrano la forza evocativa che ne scaturisce è sempre impressionante, e finisce per avere un impatto sociale elevato se non addirittura determinante per innescare dinamiche che possono far progredire la società verso un grado di consapevolezza maggiore rispetto ad un momento prima.

Mi riferisco, per fare un esempio, a quanto seguito al film-capolavoro di Giuliano MontaldoSacco e Vanzetti”, con due monumentali Riccardo Cucciolla e Gian Maria Volontè, a seguito del quale si innescò un dibattito di tale spessore che portò nel 1977 alla riabilitazione da parte del Governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, dei due anarchici italiani ingiustamente giustiziati, con la famosa frase “io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”.

La rappresentazione scenica, sia essa teatrale o cinematografica (ma direi anche letteraria, per i dibattiti che anche certi libri possono suscitare nella società in un dato momento storico) coniugata al diritto e al processo risulta cosi uno specchio caleidoscopico ancora più complesso della realtà multiforme che caratterizza le nostre società, e merita pertanto un posto d’onore tra le arti dell’epoca contemporanea.

In questa breve ma intensa raccolta di scritti su cinema e processo, curata dal dott. Amedeo Caruso, psicoanalista di fama internazionale, allievo del maestro Aldo Carotenuto, presidente del Centro Studi Psiche Arte e Società, direttore della omonima rivista semestrale, ed esperto di cinema con alle spalle oltre trent’anni di pubblicazioni sul tema, il lettore troverà qualche ora di distrazione “impegnata”, di quelle che aprono la mente e la conducono per i sentieri sempre proficui della riflessione seria ed impegnata: di quelle meno serie siamo fin troppo circondati.

Image credit: Media Design and Media Publishing da Pixabay

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