Kubrick e la pena giusta

Kubrick e la pena giusta

di Umberto Apice (già Avvocato Generale presso la Corte di cassazione)

Il mondo della giustizia ha sempre offerto ottimi spunti agli scrittori e cineasti che scelgono la fantapolitica come loro maniera di raccontare il mondo: autori che sanno mescolare tecniche e motivi del romanzo/film di fantascienza con elementi della satira politica e del pamphlet politico.
Tra le tematiche più indagate va inclusa certamente quella del rapporto tra un potere dispotico che mira all’omologazione dei comportamenti e l’individuo libero che escogita qualsiasi via di fuga per non accodarsi al conformismo.

Se nella prima metà del Novecento furono i libri di Orwell e di Huxley a imporsi all’attenzione mondiale, nella seconda metà furono soprattutto i libri (e i film che se ne trassero) di Anthony Burgess, scrittore britannico, e di Philip Dick, statunitense. E fu specialmente il primo, con il romanzo Un’arancia a orologeria, a sollevare un acceso dibattito di natura giuridica sulla giusta pena da irrogare ai colpevoli di gravi delitti: dibattito che si allargò notevolmente a seguito del film che ne trasse Stanley Kubrick, talentuoso regista statunitense naturalizzato britannico.

Lo strano destino del titolo merita che si spenda qualche parola a suo proposito. Il titolo originale dell’opera, che venne pubblicata la prima volta nel 1962, fu A Clockwork Orange (Un’arancia a orologeria) e, con questo titolo, il romanzo fu pubblicato in Italia da Einaudi nel 1969. Successivamente all’uscita del film, che si chiamò Arancia meccanica (1971), fu edito ancora una volta da Einaudi, edizione tascabile, nel 2005. Una nota presente prima dell’inizio precisava: “Poiché, come lo stesso Burgess ha riconosciuto, romanzo e film sono venuti a rappresentare un caso esemplare di complementarietà tra diversi linguaggi artistici, in occasione della presente edizione tascabile, si è preferito proporre il titolo scelto per il film”.

Il libro, paradossale e grottesco, scritto con un linguaggio che riproduce un inventato gergo delle generazioni giovanili, racconta le bravate e i crimini che compiono, per puro divertimento, quattro teppisti inglesi capitanati dal protagonista (e io-narrante) Alex, che, eccettuata la sua mania per la musica di Beethoven, se ne infischia di tutto e di tutti.

La violenza gratuita, il disagio giovanile, il ribellismo: già questi, da soli, erano temi di scottante attualità e venivano a inserirsi nell’onda lunga del Sessantotto.

In più, va considerato che il clima sociale che esisteva in Italia in quegli anni era caratterizzato, da una parte, da violenza e confusione innestatesi a seguito della strage di piazza Fontana del 1969, e, dall’altra, da paura e incertezza sul futuro.
La situazione dell’ordine pubblico era tale che, specialmente nelle grandi città, la gente subiva quotidianamente pesanti contraccolpi psicologici, strumentalizzati prontamente da chi aveva interesse a spingere le simpatie della cd. maggioranza silenziosa verso un “partito d’ordine” e verso un regimeforte”.

Nelle indagini che avviò la magistratura si vennero a trovare coinvolti uomini dei vecchi “apparati” (come si cominciò a dire, intendendo la politica, la Polizia, i Servizi, ecc.) e presto si scoperchiò un vaso di Pandora da cui uscirono prove di depistaggi e strategie golpiste. L’esercizio dei legittimi poteri di controllo da parte dei magistrati produsse, per reazione, accuse di velleità politiche scagliate contro i giudici in un crescendo di aspre polemiche e di estreme radicalizzazioni, che non potevano che disorientare sempre più l’opinione pubblica.

Questo era lo scenario socio-politico in Italia quando apparvero il libro di Burgess e, a ruota, il film di Kubrick.

Il film rispecchiava fedelmente i contenuti del romanzo, creando, di suo, immagini di tale potenza visiva che divennero subito iconiche: ciò vale, ad esempio, per i secondi iniziali del film, durante i quali l’attore Malcom Mc Dowell (Alex) fissa gli spettatori con i suoi occhi blu, le ciglia finte, nere e lunghissime, un sorriso-ghigno inamovibile; oppure per la sequenza allucinante delle violenze in casa dello scrittore e della moglie mentre i quattro assalitori saltano, ballano e cantano Singing in the rain.

Si trattò di un romanzo che fece scandalo e suscitò polemiche quasi ovunque in Italia. Non tanto per lo stile, che pure era fortemente innovativo, crudo, pieno di neologismi; quanto piuttosto per gli interrogativi che il libro (e il film: raro esempio di trasposizione cinematografica all’altezza degli esiti letterari) poneva sul livello di conflittualità e di “ultraviolenza” – come si cominciò a dire – esistente nelle grandi aree urbane e sui rimedi da adottare.

Lo sviluppo della trama è noto.

In una delle “visite a sorpresa” che sono la specialità della banda di Alex (e che consistono nell’entrare con una scusa in una casa e sottoporre i presenti a ogni genere di sevizie) una donna rimane uccisa e la polizia arresta Alex, che viene condannato a quattordici anni di carcere.
Qui gli viene proposto di sottoporsi a una terapia sperimentale che gli farà risparmiare gli anni di galera.
La cura (che si chiama Ludovico, proprio come l’amato Beethoven) consiste nell’ingestione di farmaci che provocano nausea associata alla visione di scene di violenza: una tecnica pavloviana, il cui risultato, in capo a due settimane, è di annullare il desiderio di delinquere attraverso il ricordo degli effetti dolorosi collegati.
Con grande soddisfazione del ministro dell’Interno (a cui stanno a cuore due cose: eliminare nei cittadini l’istinto criminale e risolvere il problema dell’affollamento delle carceri), Alex accetta.

Si accorgerà soltanto più tardi, tornato alla vita libera, che la cura Ludovico è a sua volta violenza e che è più disumana del carcere: per poco non finisce linciato da barboni sobillati da una delle sue ex vittime, viene torturato dai suoi ex compagni di scorribande ora diventati poliziotti, arriverà a odiare l’amatissima Nona di Beethoven per il collegamento alle scene di violenza, e perfino a tentare il suicidio.

Che cosa accadrebbe se davvero esistesse una cura Ludovico (o qualsiasi altra tecnica di rigenerazione dell’uomo, ivi compresa la castrazione chimica, che ogni tanto fa capolino non solo nelle immaginazioni narrative ma anche nelle reali prefigurazioni di alcuni criminologi)?
C’è da pensare – ed è questa la tesi di Burgess e di Kubrick – che ne risulterebbe scardinata la libertà di scelta, con il risultato finale di una creazione di automi al posto degli uomini e quindi di una distruzione totale del mondo.

È solo la possibilità di scegliere tra il bene e il male che permette agli uomini di restare tali e di non trasformarsi in bestie addomesticate (o arance meccaniche: è Burgess stesso, in un testo ritrovato dopo la sua morte, che richiama l’assonanza tra i termini orang e orange).

Insomma, uno Stato repressivo, che tale voglia essere sia pure a fin di bene, sarà sempre uno Stato ingiusto, che procurerà l’infelicità dei cittadini.

Tra l’altro, consentire allo Stato tecniche assimilabili al lavaggio del cervello, significherebbe inevitabilmente consegnare a qualcuno (e cioè: al partito di maggioranza di turno) il controllo totale sugli individui: al contrario, la vita, la vera vita, consiste nel consentire a tutti di effettuare le proprie scelte, per quanto scomodo o sgradevole o insopportabile ciò talvolta possa risultare.

Al problema socio-politico si affiancano quello etico e quello religioso: un uomo che sceglie il male è migliore o peggiore dell’uomo a cui è stato imposto il bene? E Dio vuole il bene o la scelta del bene? E ancora: scegliere di esser privato della capacità di fare una scelta etica concretizza, di per sé, un’opzione al bene? Sono molteplici le sfaccettature, come si può vedere.

Ma il principale quesito a cui devono rispondere le istituzioni è se allo Stato può essere riconosciuto il diritto, tra i poteri che gli competono in materia di politica criminale, di usare qualsiasi mezzo per salvaguardare i cittadini onesti dalla violenza di coloro che dimostrano di non saper dominare gli istinti di sopraffazione.

E qui il discorso scivola sulla funzione della pena nel processo penale.
A ogni nuovo fatto di sangue, la gran parte dei cittadini si pone le stesse domande: ci sarà la giusta pena? come garantire la società che il colpevole, rimesso in libertà, non replicherà il suo misfatto a spese di altri innocenti? e soprattutto, quale pena potrà essere sufficientemente risarcitoria delle sofferenze sofferte dalle vittime?

Bisogna sgombrare il campo da un equivoco di fondo: la pena non è la vendetta che lo Stato appresta alla vittima perché questa possa sentire alleviate le proprie sofferenze con la vista delle sofferenze inflitte al colpevole.
Uno Stato simile sarebbe davvero squallido: un mediatore malavitoso, un tenutario di scuole di violenza.
È certamente opportuna una ragionevole dose di afflittività nella pena (affinché possa raggiungere lo scopo della disincentivazione); ma la pena non deve trasformarsi in vendetta.
Una concezione della pena come vendetta e un’esecuzione con modalità disumane renderebbero impossibile la rieducazione di chi vi è assoggettato e rafforzerebbero una nichilistica visione della società come una permanente condizione di bellum omnium contra omnes.

È questo il punto. Fino a dove si può spingere l’azione pubblica nel recupero delle devianze?

Le derive di Alex sono una conseguenza della sua scelta, gli ha detto il medico-torturatore. Presto si accorgerà di dover rinunciare anche al piacere di ascoltare musica.
È giusto questo prezzo che gli fa pagare la società?
Non lo è: qualunque forma di sopraffazione da parte dello Stato è una violenza illegittima, anche quando sia la risposta a un comportamento antisociale, se non si pone nel giusto equilibrio con la funzione rieducatrice.

Le sacrosante ragioni risarcitorie delle vittime potranno essere fatte valere su un piano diverso da quello della logica dell’occhio per occhio, perché la insopprimibile condizione per una società pacifica è che non venga mai meno, nei confronti di tutti, il rispetto dei diritti fondamentali.

Ciò deve valere anche per il sistema sanzionatorio, che ancora oggi – in molti Paesi – fa leva quasi esclusivamente sulla struttura carceraria, mentre il carcere, in un ordinamento moderno, dovrebbe essere l’extrema ratio.
La sfida dei giuristi per il prossimo futuro è questa: impedire che la giustizia penale continui ad essere soltanto retributiva, vendicativa, e che il carcere continui a essere il luogo dove si trattengono, per tratti di tempo più o meno lunghi, i “disturbatori”.
Come? Attraverso un più largo uso delle pene alternative e dell’arresto presso il proprio domicilio.
E senza far ricorso a distopiche manipolazioni della natura umana, che incoraggerebbero sperimentazioni e atrocità già tristemente appartenenti alla Storia del Novecento.

Image credit: https://scontent.fbri

Di Umbero Apice, su Ora Legale NEWS:
https://www.oralegalenews.it/topics/il-diritto-alla-giustizia/8756/2019/

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