la data è indelebile

La data è indelebile

di Giovanna Fava (Avvocata in Reggio Emilia)

La data è indelebile: 17 ottobre 2007.
Era un ottobre caldo, come questo del 2019,; ricordo che avevo un vestito leggero a motivi geometrici con una giacca corta sopra, al collo una sciarpina intrecciata di fili color oro, fermata a cravatta, regalo di una cliente. Quel giorno avevo più di una causa di separazione per cui ero andata in Tribunale con i fascicoli che mi necessitavano accompagnata dalle collaboratrici.
Il Presidente teneva le udienze di separazione e divorzi nella camera di consiglio dell’aula 6, al primo piano del nuovo Tribunale di Reggio Emilia, costruito con i corridoi protetti, riservati ai magistrati, del progetto Spadolini, l’aula era piena eravamo un’ottantina di persone tra parti e rispettivi avvocati.

In studio c’era preoccupazione perché quel giorno c’era anche l’udienza di Vjosa ed i giorni precedenti il marito aveva minacciato oltre che lei anche me e la mia famiglia; inoltre la figlia tredicenne era andata a vivere con la madre, nella struttura protetta. Avevo deciso di trattare prima le altre cause e tenere per ultima quella di Vjosa per cui mi ero raccomandata, con le operatrici del centro antiviolenza che avrebbero accompagnato Vjosa, che mi aspettassero al bar, sarei andata io a prendere tutte al momento opportuno.

In aula, seduto in fondo, c’era il marito di Vjosa, vestito bene con un giubbino di pelle scamosciata che non si è mai tolto, nonostante il caldo. Quando mi ha vista passare mi ha detto “Fava non mi saluti neanche?” ho salutato e sono andata avanti. Il suo avvocato era seduto un po’ più in là, l’ho raggiunto e gli ho chiesto perché lo avesse portato, posto che lo avevo informato delle minacce ricevute, lui ha allargato le braccia dicendo che non poteva certo impedirgli di venire.

Finite le altre comparizioni sono scesa a prendere Vjosa, la figlia e le operatrici, mi sono raccomandata con la ragazza che salutasse il padre, le ho portate nell’aula di udienza e fatte accomodare in fondo.
Quando siamo entrate in aula Fejzo si era spostato e seduto a fianco del suo legale nella panca a lato, mentre l’altra figlia e il fratello di Vjosa erano rimasti seduti in fondo dall’altra parte dell’aula.
Quando Fejzo ha visto Vjosa e la figlia si è avvicinato velocemente ed io, temendo che potesse offenderle o colpirle, mi sono a mia volta avvicinata a loro.
La ragazza lo ha salutato e baciato sulle guance, è stato un attimo poi lui si è girato verso di me e mi ha sparato.

Non ho sentito dolore ma ho visto i fili della sciarpa penzolare scomposti ed il sangue uscire dalla spalla e macchiare i fascicoli che tenevo davanti a me sul petto. Il silenzio era irreale, interrotto solo dagli spari, mentre le persone presenti scappavano scomposte velocemente verso la camera di consiglio, anch’io mi sono diretta verso quella stanza, preoccupata per la maglia rossa che indossava la mia collaboratrice e che la rendeva così immediatamente visibile.

Mentre Fejzo scaricava la sua pistola contro la moglie e poi contro il cognato, che aveva cercato di fermarlo, sono giunte le forze dell’ordine, che erano di servizio all’udienza penale nell’aula di fianco, che gli hanno intimato di gettare l’arma. Noi, intanto eravamo finiti nel corridoio dei magistrati che corre dietro le aule e sentivamo i colpi di arma da fuoco che rimbombavano.

Quando, dopo un tempo che mi è parso interminabile, la gragnuola di spari è cessata, per terra c’erano tre corpi: quello di Vjosa agonizzante, quello del fratello di Vjosa colpito in testa da Fejzo, quello di Fejzo, colpito dai militi intervenuti.
Subito la PM ha riunito le persone presenti in una stanza per avere le prime informazioni, le udienze sono state ovviamente interrotte e le persone presenti in Tribunale si sono radunate nel cortile, io sono stata caricata sull’autoambulanza e portata al Pronto Soccorso, così come l’agente ferito al ginocchio mentre chi si era sentito male veniva curato sul posto.

A Reggio Emilia non era mai accaduto un fatto del genere, ci conoscevamo tutti ed il rapporto tra colleghi e con i magistrati era sempre stato cordiale, un Foro tranquillo pensavamo, nonostante il Tribunale fosse stato costruito con attenzione alla sicurezza, non c’era il metal detector all’ingresso e si entrava liberamente. Fu poi fatta un’interrogazione parlamentare e successivamente furono messi i controlli agli ingressi.

Io non ho mai perso conoscenza, al Pronto Soccorso mi hanno detto che ero stata fortunata, avendomi l’assassino colpita a bruciapelo da molto vicino il proiettile era subito uscito. Ho imparato tante cose sui proiettili ovvero che mentre quelli in dotazione alle forze dell’ordine sono “camiciati”, per cui la ferita che ti lasciano è definita, quelli usati dalla mala usano il piombo dolce che rischia di fare grandi danni sul corpo, e l’arma usata da Fejzo era assemblata e con la matricola abrasa.

I giorni che sono seguiti sono stati di grande tumulto emotivo, accanto alla grande solidarietà del Presidente del Tribunale, del Procuratore Capo, del Presidente dell’Ordine e di tanti Colleghi e gente comune, era forte la preoccupazione che la vendetta potesse nutrire le due famiglie di ulteriore odio.

Per me il dolore per non essere riusciti ad evitare quella la strage annunciata, per l’agonia e poi morte di Vjosa, la constatazione che il livello di scontro era stato alzato. L’assassino non aveva voluto colpire “solo” la moglie ma ancor prima di lei e a bruciapelo la sua avvocata, colpevole di non avere fatto nulla per farla tornare a casa, colpevole di sostenerla nella sua scelta separativa, colpevole degli atti (denunce, ricorso per separazione, ricorso al Tribunale per i Minorenni) depositati nei suoi confronti.

L’assassino aveva voluto colpire nel luogo simbolo dell’amministrazione della giustizia, il Tribunale, in sfregio alla legge e al diritto costituzionale alla difesa. L’unico luogo dove ci sentivamo sicure.
Io ero viva per una questione di centimetri, chi crede dice per miracolo o per volere divino, i fatalisti perché non era la mia ora. A me piace pensare che mi abbia sostenuto la forza delle tante donne che abbiamo aiutato.

Molti mi hanno “suggerito” di non rischiare più, qualcuno ha pensato che dopo un evento del genere sarebbe stato impossibile continuare il lavoro di avvocata.
La giustizia non ha bisogno di eroi e per me era il forte desiderio di ritornare a normalità, non consentire che quanto accaduto cambiasse la mia vita, i miei pensieri, i miei valori, ma l’essere “sopravvissuta” mentre Vjosa era morta, mi ha fatto sentire privilegiata, ha reso debole il confine tra parte e rappresentanza processuale, tra professione e impegno politico.

Accanto a queste riflessioni alcuni fatti che mi hanno aiutato a riprendere il lavoro: la stima e la solidarietà dei colleghi, la vicinanza delle operatrici e delle colleghe dei centri antiviolenza e l’appoggio della mia famiglia, che ha sostenuto le mie scelte nonostante i timori.
Ho affidato alla mia mamma il compito di riparare il vestito (l’ho ancora ma non l’ho più messo), la cliente che mi aveva donato la sciarpina, saputo che era stata rovinata dalla pallottola, me ne ha fatta un’altra, identica.
Un lavoro di ricucitura femminile anche simbolico, che ha avuto il pregio di andare oltre il tessuto.

Photo credit: datacenterfrontier.com/wp-content

Della stessa Autrice, su ora Legale News:
www.oralegalenews.it/05-marzo/ne-puttane-ne-madonne

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