L’occhio pigro dell'Europa

L’occhio pigro dell’Europa

di Giuseppe Artino Innaria (Giudice del Tribunale di Catania)

Nel film FUOCOAMMARE, il bambino protagonista Samuele Pucillo mira con la fionda verso un nemico immaginario e si accorge di un difetto ad uno dei due occhi: è pigro, il cervello non lo usa per vedere le immagini che gli trasmette, va bendato quello sano per esercitarlo e rimetterlo in funzione. Gli occhi di Samuele sono gli occhi dell’Europa, che con un occhio vede solo vicino, i propri confini assediati dall’arrivo quotidiano di migranti, ma con l’altro fa finta di non vedere realtà lontane che vanno ben oltre i propri confini.

Un altro film, invece, apre quell’altro occhio, quello sull’Africa, sui luoghi di partenza dei migranti, mentre noi siamo troppo concentrati sui porti di arrivo.

ATLANTIQUE è un film senegalese, premiato al Festival di Cannes con il Gran Premio Speciale della Giuria nel 2019. Ambientato a Dakar; è la storia di una ragazza, Ada, promessa in sposa ad Omar, che lei però non ama, perché il suo cuore è tutto per Souleiman.
Souleiman, tuttavia, lavora in un cantiere per la costruzione di una imponente torre avveniristica, ma lui e gli altri operai non vengono pagati da mesi e così tenta la via del mare, destinazione Spagna. Il viaggio finisce male e il giovane muore naufrago.
Ada non si piegherà al matrimonio impostole e le sue amiche riusciranno, seppure con metodi intimidatori, a far pagare al costruttore i salari dovuti a Souleiman e agli altri operai, costretti da lui ad una emigrazione risultata fatale.

Se sicuramente ciò che colpisce favorevolmente è la forza di queste ragazze senegalesi nel non piegarsi né alle leggi della tradizione (che impone matrimoni combinati e di convenienza) né alle logiche di sfruttamento di una modernizzazione troppo interessata al profitto ma non al rispetto delle persone, non può sfuggire come la cineasta franco-senegalese Mati Diop punti dritto il dito contro una delle cause principali dell’emigrazione, che spesso non è una libera scelta, ma una costrizione dettata dallo sfruttamento.

Quando si parla di immigrazione, il discorso è prevalentemente concentrato sull’accoglienza, ma si tende ad accettare il fenomeno come un accadimento inevitabile, mentre dovrebbe aversi il coraggio di denunciare, come ha fatto Mati Diop, la logica di sfruttamento, che spinge tanti giovani ad abbandonare la loro terra per tentare l’avventura altrove.

Si dà per scontato che dall’Africa si debba fuggire, ma questo denota un totale disinteresse per le sorti di questo continente meraviglioso.

Da secoli l’Africa è martoriata da spietati colonizzatori, con la cinica complicità di potentati locali. Ancora oggi, gli interessi economici occidentali, ed ora anche quelli cinesi, sfruttano la terra d’Africa e impoveriscono i suoi figli.
Il discorso sull’immigrazione, fermo all’imperativo dell’accoglienza, suonerà falso e retorico finché non si farà carico del no allo sfruttamento, in Africa come in Europa, nella terra di provenienza come in quella di approdo e arrivo.

Solo se si combatte la logica dello sfruttamento ovunque, chi vorrà emigrare lo farà esclusivamente per una libertà scelta di vita e non per una costrizione, e, una volta arrivato a destinazione, sarà accolto in un luogo, dove non troverà un cappio identico a quello dal quale è fuggito.
Non sfruttare” sia il primo imperativo categorico di chi ama l’Africa, di chi ha davvero a cuore le sorti di un mondo che a pieno diritto riconosce cittadinanza universale a tutti.

Image credit: www.facebook.com/photographizemag/photos/

di Giuseppe Artino Innaria su Ora legale NEWS
https://www.oralegalenews.it/topics/la-responsabilita-delle-istituzioni/10769/2020/

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