Un nuovo Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori
di Serenella Molendini (Consigliera Nazionale di Parità supplente)
Lo Statuto dei Lavoratori quest’anno celebra un compleanno speciale: compie 50 anni!
Infatti, il 15 maggio del 1970, in un clima sociale pieno di tensioni, la Camera con i 217 voti favorevoli approvò lo Statuto dei lavoratori.
Dal ‘70 ad oggi il mondo, però, è cambiato ed anche lo Statuto, pur mantenendo una sua organicità, ha subito diverse modifiche che sono andate di pari passo al susseguirsi di riforme e di sentenze della Corte Costituzionale.
I maggiori cambiamenti sociali sono stati: la presenza delle donne nei luoghi di lavoro che richiede nuovi diritti, la nascita di una maggiore consapevolezza di paternità da parte degli uomini, il ciclo di vita e di vita lavorativa che si è allungato per tutte/i, il dualismo tra lavoratori autonomi e subordinati che va ripensato, la nascita di nuovi lavoratori, la diffusione delle nuove tecnologie (dal telelavoro allo smart working), lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
I tempi sono maturi per pensare a un nuovo Statuto dei Lavoratori e delle Lavoratrici che non può essere solo la contestualizzazione dello Statuto ad oggi, ma un’opportuna riscrittura in un’ottica di genere affinché le donne possano avere pari cittadinanza.
Alle donne, nonostante lo Statuto dei Lavoratori, continuava ad essere imposto un modello di lavoro maschile, fordista, fondato sul capofamiglia maschio, costruito sulla divisione dei ruoli secondo il genere e sulla separazione tra i mondi vitali.
Su questi pilastri è avvenuta la progettazione degli orari di lavoro, dei criteri di valutazione della prestazione e della produttività e dunque dei meccanismi di carriera. Grazie, invece, al pensiero femminista negli anni si è cominciato a destrutturare il concetto di lavoro per elaborarne uno nuovo: un’idea che liberasse le donne dall’intrappolamento in un mondo del lavoro calibrato sugli uomini.
Se siamo arrivate a comprendere nel tempo che nella vita delle persone, non ci sono compartimenti stagno (e questo, per fortuna si va affermando, gradualmente, anche nelle biografie maschili), se abbiamo compreso pienamente che le donne desiderano misurarsi con un modello di lavoro in grado di liberarsi dalla “presenza” quale unico indicatore di produttività, a favore del riconoscimento e della valorizzazione delle competenze, del merito, di qualità come capacità di cooperazione, di relazione, senso di responsabilità, creatività e che le politiche pubbliche possono promuovere il passaggio da politiche disegnate attorno alla figura del capofamiglia, maschio e occupato, a politiche disegnate per uomini e donne, allora davvero potremo vedere attuati i diritti delle donne nell’ambito del lavoro.
In tutti questi anni abbiamo provato, come Consigliere di Parità, a promuovere un lavoro dignitoso e di qualità, contrastando, verificando e monitorando l’attuazione del principio di non discriminazione per donne e uomini.
Solo nel 2018 gli accessi presso gli Uffici delle Consigliere di Parità territoriali per discriminazione sono stati più 3000 soprattutto per problemi inerenti la conciliazione, la maternità e le molestie sessuali.
Abbiamo promosso numerose iniziative per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, sostenendo il welfare aziendale e il work life balance nei luoghi di lavoro. E, tuttavia, con grande rammarico, ci accorgiamo che la strada dei diritti delle donne è ancora lunga e irta di ostacoli.
Secondo l’ultimo rapporto sul gender gap del World Economic Forum (dicembre 2019) l’Italia è al 76° posto (nel 2018 eravamo al 70°, dopo il balzo in avanti rispetto al 2017 dove eravamo all’82°) su 153 Paesi per uguaglianza di genere. Dunque rispetto al 2018 siamo a -6.
Qual è il motivo? A giudicare dai dati il problema non è tanto nella rappresentanza politica o nell’istruzione, quanto sulle opportunità e sulla partecipazione alla vita economica. L’Italia è, infatti, al 2° posto per divario di genere nell’occupazione (19,8%), dopo di noi solo Malta.
Al gap occupazionale segue, naturalmente, anche gap retributivo. A venti mesi dal parto le donne percepiscono stabilmente il 12% in meno rispetto al reddito potenziale in assenza di un figlio, cifra che raddoppia per le donne senza contratto a tempo indeterminato.
Dunque, il problema per una donna che vuole lavorare continua ad essere la gravidanza, la maternità e la conciliazione vita lavoro. Il gap occupazionale infatti aumenta se si considerano padri e madri occupate. L’Italia si trova al di sopra di quasi 10 punti (28,1%), rispetto alla media europea che è al 18,8%.
E soprattutto, le difficoltà incontrate sul lavoro portano le madri e a volte i padri a dimettersi dal lavoro. Nel corso dell’anno 2018 il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate a livello nazionale è risultato pari a n. 49.451 (39.738 nel 2017 dato in crescita del 24%).
I fattori che inchiodano da decenni i paesi del Sud Europa nella trappola della bassa occupazione e della bassa natalità sono da una parte una ‘cultura’ di genere piena di stereotipi e pregiudizi, la carenza di politiche familiari strutturate e un’organizzazione del lavoro ancora troppo rigida, dall’altra la genitorialità e le altre responsabilità di cura sembrano essere una delle principali cause delle differenze occupazionali tra donne e uomini.
Diventa, dunque, necessario non limitarsi a richiedere un accesso e un rapporto con il lavoro “pari” rispetto a quello già detenuto dagli uomini, mantenendo inalterato il modello economico e lavorativo imperante, ma di rivendicare per tutti, donne e uomini, un rovesciamento radicale del modello stesso. Un rovesciamento tale da superare la semplice conciliazione tra “lavoro di cura” e “lavoro retribuito per il mercato” e da riconoscere la profonda autenticità del “doppio sì” – “sì alla maternità e alla paternità, sì al lavoro” – di tutti i soggetti, come valore sociale universale “con l’ambizione di ricongiungere produzione e riproduzione”.
Il focus sulla conciliazione vita lavoro diventa, perciò, il vero grimaldello per smontare pregiudizi, stereotipi, per migliorare occupazione e natalità, per prevenire discriminazioni sui luoghi di lavoro e dimissioni dal lavoro.
Perciò un Nuovo Statuto delle lavoratrici e dei Lavoratori dovrebbe almeno prevedere: il diritto ad un lavoro dignitoso e privo di discriminazioni (e molestie sessuali), il diritto alla condivisione e all’equilibrio dei tempi, Il diritto ad una parità di trattamento di retribuzione.
Image credit: Jeanne Duval, 2019
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