Oblio o memoria

Oblio o memoria

di Aldo Luchi (Avvocato in Cagliari)

Esiste un diritto al ricordo, anche di ciò che non abbiamo direttamente vissuto ed abbiamo appreso attraverso il racconto di altri, ma che fa necessariamente parte del nostro patrimonio di conoscenze, che contribuisce a definire chi siamo, qui ed ora. Non parlo soltanto di un diritto a ricordare fatti, persone, circostanze, ma del diritto all’atto di ricordare, ad attingere a quel patrimonio di conoscenze.

Un diritto a definire noi stessi come risultato di quelle conoscenze e delle influenze che esse hanno, quotidianamente, nella vita di ciascuno di noi.

Lo afferma, in modo netto e tagliente, Jonathan Safran Foer nella sua opera prima “Ogni cosa è illuminata” (2002), divenuto poi un film (2005, regia di Liev Schreiber) – uno di quei rari film che non fanno rimpiangere il libro dal quale sono tratti -: “Non è importante che cosa, ma il fatto che dobbiamo ricordare. L’atto di ricordare, il procedimento del ricordo, il riconoscimento del nostro passato… i ricordi sono piccole preghiere a Dio, certo, se ci credessimo.”.

Gran parte di ciò che siamo è il frutto dell’elaborazione di esperienze e ricordi personali, a partire dall’esplorazione sensoriale nei primi mesi della nostra vita, e – forse soprattutto – del patrimonio di esperienze e ricordi dell’umanità vissuta prima di noi, che ci vengono trasmessi sotto forma di principi etici, credenze religiose, tradizioni popolari, usi e costumi, alimentazione e cucina, comportamenti sociali, con l’esempio e l’insegnamento delle regole e delle norme. Ma anche della fusione, della contaminazione del nostro patrimonio con quello di coloro coi quali instauriamo rapporti personali.

Ma la finalità del ricordo, secondo Jonathan, è anche l’elaborazione finalizzata ad evitare il ripetersi degli errori o il negarli. E questo aspetto rivela la pressante attualità del ricordo.

Il diritto al ricordo è uno dei tanti coinvolti dal fenomeno migratorio e spesso messo in pericolo dalle normative di ispirazione nazionalista, finalizzate a limitarne o ad escluderne il riconoscimento e l’esercizio, e che determinano la ghettizzazione culturale prima ancora che sociale dei migranti. Non è un caso se i fautori ed i sostenitori di tali normative sono i primi ad accusare i migranti di non volersi integrare: il nodo sta nel significato del termine “integrazione” che essi (fra)intendono nel senso di “abbandono della propria individualità culturale, tradizionale, esperienziale a favore di quella diffusa nel paese ospitante“.

Ed è proprio questo aspetto, a ben vedere, il fulcro della ricerca compiuta dal giovane Jonathan, il protagonista di “Ogni cosa è illuminata”, per rimettere insieme i pezzi mancanti della vita del proprio nonno, ebreo nell’Ucraina invasa dai nazisti.

Ma è esattamente ciò che accade per ogni persona costretta a lasciare il proprio luogo di nascita per cercare rifugio (dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni) o anche soltanto migliori opportunità e prospettive di vita in un altro paese: il portare con sé le proprie tradizioni e regole, il definirsi con esse, il mantenerle vive, il trasmetterle alle successive generazioni è il senso più forte del diritto all’identità culturale e personale, che trova la sua tutela, innanzi tutto, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo con la considerazione che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo (preambolo) e con l’affermazione dell’uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli esseri umani (art. 1).

La negazione del diritto al ricordo è la causa fondamentale delle reazioni violente, delle tensioni sociali che si verificano ciclicamente, perché esso è tanto intimamente connesso con l’identità di ciascun uomo da costituirne un elemento insopprimibile.

Per dirla ancora con Jonathan Safran Foer, “Era come chi sta per annegare, e si dibatte, si protende verso qualunque cosa possa salvarlo. La sua vita era una lotta pressante e disperata per giustificare la sua vita.” (Jonathan Safran Foer, “Ogni cosa è illuminata”).

Image credit: Mystic Art Design da Pixabay

di Aldo Luchi su Ora Legale NEWS:
https://www.oralegalenews.it/topics/desideri-ingannevoli/10526/2020/

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