Senza diritti
di Aldo Luchi (Avvocato in Cagliari)
Quante volte abbiamo sentito l’espressione “essere cittadino del mondo”?
E quante volte ci siamo fermati a considerare quali implicazioni abbia questo status per chi davvero non abbia una cittadinanza, in termini di esercizio e di tutele dei diritti fondamentali?
L’idea romantica di libertà che l’espressione suggerisce non tiene conto degli aspetti negativi con i quali gli apolidi devono confrontarsi in ragione della loro condizione.
L’apolide è colui che “nessuno Stato considera come suo cittadino nell’applicazione della sua legislazione” (art. 1 della Convenzione sullo statuto degli apolidi, firmata a New York il 28 settembre 1954).
Dunque, si tratta di una persona che non può pretendere il riconoscimento in proprio favore dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione di ciascuno Stato, né dei diritti conseguenti alla cittadinanza. E le profonde differenze esistenti tra le legislazioni sulla cittadinanza vigenti nei diversi Stati determinano anche enormi e spesso insormontabili difficoltà per ottenerla.
Per dirla con la parole di Dari, un apolide, “Solo quando hai una cittadinanza sei una persona libera” (https://www.unhcr.org/it/notizie-storie/comunicati-stampa/apolidi-italia-tavolo-apolidia-la-rete-della-societa-civile-tutelare-le-persone-apolide/), cioè puoi farti curare, andare a scuola o all’Università o mandarci i tuoi figli, trovare un lavoro, accedere alle liste dei beneficiari degli alloggi popolari o stipulare un contratto di locazione o di acquisto di una casa, aprire un conto corrente o chiedere un mutuo, votare o partecipare attivamente alla vita politica, etc.
Il problema di garantire agli apolidi la tutela dei diritti fondamentali, già sentito all’indomani della seconda guerra mondiale, ha assunto nell’ultimo decennio dimensioni ragguardevoli e di pressante urgenza, a fronte della crescita dei flussi migratori, in specie verso l’Europa, ed in ragione della necessità di assicurare tutele e prospettive di vita, di studio, di lavoro alle seconde generazioni, sovente nate nei paesi Europei nei quali i genitori si sono stabiliti.
I diversi disegni di legge volti a regolamentare l’acquisizione della cittadinanza italiana per nascita sul suo territorio, dunque secondo lo jus soli, costituiscono un esempio di quanto appena detto.
Andando oltre le strumentalizzazioni di chi li definisce “clandestini”, è frequente il verificarsi di situazioni paradossali che coinvolgono gli apolidi, ma anche chi, pur vivendo, studiando, lavorando da anni in Italia, non ne ha ancora acquisito la cittadinanza.
È paradigmatico il caso di Sara Kafimi, marocchina che vive a Ferrara dall’età di 4 anni, studentessa universitaria di Economia e Marketing all’Università di Bologna che, dopo aver compiuto tutti gli studi in Italia, non ha potuto svolgere un semestre universitario all’estero proprio perché priva del requisito della cittadinanza.
Sogni, impegno, passione, speranze, progetti, investimenti, vanificati da una burocrazia inumana che si nutre della mancanza o della contraddittorietà delle regole.
Ma dobbiamo considerare prospettive anche peggiori: chi non ha patria, e perciò non ha diritti e tutele, può più facilmente essere vittima dello schiavismo dei caporali o diventare manodopera a bassissimo costo per le organizzazioni criminali.
La mancanza di regole univoche e certe e di strumenti di esercizio dei diritti in favore degli apolidi è un “regalo” alla criminalità.
Per questo dovremmo fermarci a riflettere, quando sentiamo la parola “clandestino”, per comprendere fino in fondo la crudeltà delle sue implicazioni.
Image credit: Charlotte van Driel
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