Mare nostrum, diritti e dintorni #8
di Anna Losurdo
Il Mediterraneo è il mare nostrum non solo perchè è qui che cominciata la nostra storia ma anche perché è il luogo del nostro futuro, il “mare tra le terre” in cui si sono verificati conflitti ma anche contaminazioni, che ha diviso ma ha anche unito.
A nord, con l’Europa intera che deve riuscire a ripensarsi, tenendo conto del fatto che i paesi della sponda nord sono la frontiera di tutto il continente.
A sud, con i paesi dell’area MENA (Middle East and North Africa) che devono riuscire a progredire, a risolvere i conflitti e a ridurre i divari socio-economici e politici tuttora esistenti, tenendo conto del fatto che costituiscono la frontiera del continente africano e che senza una inversione di tendenza, saranno destinatari dei flussi migratori provenienti dal resto del continente.
Continuano a ripeterci che bisogna avere paura degli immigrati, ma in realtà temiamo la loro povertà.
Il benessere di noi occidentali dipende in parte anche dall’impoverimento che perpetuiamo da secoli nei territori africani con il colonialismo territoriale prima e con quello economico poi.
Le diseguaglianze e le differenze generano aggiustamenti e le migrazioni sono, spesso, la risposta a differenziali di reddito e di condizioni sociali.
Infatti, i paesi del Mediterraneo sono tuttora caratterizzati da forti divari in termini di crescita demografica, di condizioni socio-economiche e di disponibilità di risorse naturali che rallentano il processo di coesione euro-mediterranea.
Secondo il Rapporto annuale sulle economie del mediterraneo dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR, negli ultimi vent’anni si è ridotto il divario tra i paesi della sponda meridionale e orientale e i paesi euro-mediterranei.
Il tendenziale allineamento è imputabile, in parte, ai bassi ritmi di crescita del Pil nei paesi euromediterranei e, per altro verso, al maggiore afflusso di investimenti diretti dall’estero, a carattere produttivo, che ha contribuito a consolidare il tessuto produttivo in quei paesi che ne hanno beneficiato maggiormente.
Tuttavia, nei paesi della sponda sud persiste una distribuzione più diseguale di reddito e ricchezza rispetto ai paesi del nord.
Nello stesso arco di tempo, i paesi dell’area sud ed est hanno fatto registrare un progressivo incremento dell’incidenza del loro commercio estero sul totale mondiale, mentre l’area euromed ha perso quote di mercato.
L’incremento della produzione nel settore manifatturiero, la progressiva sostituzione di attività estrattive e il maggiore coinvolgimento di questi paesi negli scambi internazionali di merci evidenziano la complementarietà tra le tre aree Med (nord, sud ed est).
È per questa ragione che l’Europa non può continuare a rinviare la questione della gestione dei flussi migratori.
La dipendenza economica di molti paesi della sponda sud dall’estrazione di combustibili fossili impone a questi paesi di riprogrammare il proprio futuro individuando strategie alternative di sviluppo e di crescita economica e destinando investimenti ingenti a istruzione e formazione.
Le disuguaglianze economiche tra i 25 paesi del bacino del Mediterraneo pongono il problema del nesso esistente tra democrazia e sviluppo nonché della difficile conciliabilità tra governo democratico e crescita economica che caratterizza i paesi della sponda meridionale.
Tradizionalmente, democrazia e sviluppo sociale ed economico avanzano contestualmente: istituzioni politiche inclusive portano a istituzioni economiche inclusive, in grado di creare incentivi per uno sviluppo solido ed equo e per una società solidale.
Le cause dell’instabilità politica e del mancato pieno sviluppo economico dell’area della sponda sud, fatti i dovuti distinguo, sono per un verso riconducibili alla disponibilità di abbondanti risorse petrolifere che può avere un ruolo negativo sulla qualità istituzionale di un paese e sulle libertà civili (il trade-off tra benessere economico e diritti politici).
Per altro verso, ai numerosi conflitti nella l’area della sponda sud, tra cui l’irrisolto conflitto arabo-israeliano, che alterano le naturali dinamiche di mercato e quelle tra le variabili economiche e sociali.
Per lungo tempo i paesi arabi hanno affidato la propria stabilità politica a un accordo autoritario, una sorta di patto sociale tra élite al potere e popolazione, che prevedeva la fornitura da parte dei regimi al potere agli strati più poveri della popolazione di derrate alimentari a prezzi bassi in cambio della rinuncia da parte dei cittadini al pieno godimento dei diritti politici e civili.
Questo modello è andato in crisi quando i prezzi agricoli internazionali hanno cominciato a crescere in maniera esponenziale (a partire dal 2006) e, nel contempo, a causa della riduzione del ruolo della rendita petrolifera quale fattore in grado di sostenere l’accordo autoritario con le élite al potere.
La crescente disoccupazione che ha raggiunto livelli molto alti soprattutto tra i giovani, la persistenza di profonde disuguaglianze economiche tra la popolazione, la diminuzione della percezione soggettiva del benessere e la consequenziale disaffezione dei cittadini verso le istituzioni e i regimi, sono tra i fattori principali dello scioglimento del cosiddetto “contratto sociale arabo” che ha portato alle insurrezioni negli ultimi decenni.
Tuttavia, le “primavere arabe” non possono certamente essere ricondotte a una matrice unica, perché diversi fattori hanno portato all’implosione di quei regimi.
Alla base delle rivolte ci sarebbero state, quindi, crescenti istanze sia per il progresso socio-economico sia per una maggiore libertà e partecipazione politica da parte di ampi segmenti della popolazione che si sono sentiti privati dei diritti civili e in gran parte esclusi dai benefici dello sviluppo economico.
Come sappiamo, le primavere arabe hanno inizialmente suscitato la speranza di un cambiamento democratico della regione ma successivamente hanno rafforzato la conflittualità nei paesi interessati e aumentato l’insicurezza e l’instabilità, fatta eccezione per la Tunisia che sembra aver intrapreso un concreto processo di democratizzazione che non a caso il terrorismo cerca di minare.
La transizione verso una vera democrazia nell’area rimane, allo stato, una mera aspirazione, sebbene sia possibile prevedere che l’evoluzione dei processi socioeconomici e politici nei diversi paesi riesca a porre fine al cosiddetto «eccezionalismo arabo» e a spianare la strada a una governance più democratica che porti ad una maggiore integrazione tra essi e, successivamente, a una maggiore crescita complessiva.
I fattori che contrastano la piena integrazione euro-araba sono: le disparità dei sistemi di governo (di natura politica); la distanza tra le economie della riva nord, più avanzate e industrializzate, e quelle arabo-mediterranee; le disparità sociali connesse ai diversi stadi di sviluppo.
A partire dal 2000 anche le disuguaglianze nell’indice di sviluppo umano tra paesi della sponda sud e nord si sono attenuate.
Dalla breve disamina emerge la complessità delle questioni sul tappeto per cui facile arguire che non si potrà ripensare il Mediterraneo come area di pace e prosperità con slogan e proclami, bensì con un’approfondita analisi delle specificità dei vari Paesi di cui lambisce le coste.
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http://www.ingenere.it/ricerche/donne-e-genere-medio-oriente-e-nord-africa
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